Quel Cristo portato in processione tra i borghi per celebrare la Domenica delle Palme al tempo del corona virus

SABAUDIA- Davanti un’auto con i contrassegni del Parco Nazionale del Circeo sulla quale svetta un antico Crocefisso ligneo; a seguire la vettura della Protezione Civile a bordo della quale don Massimo, il Parroco della “SS Annunziata” recita il Paternostro e benedice, durante una breve sosta davanti a ville e casali, i fedeli che le abitano. Alcuni sono riusciti a trovare un ramoscello d’ulivo che offrono alla benedizione di don Massimo che ha cercato di dare a questa Domenica delle Palme ,non risparmiata dal corona virus, una parvenza di normalità. Eppure, unendoci a quel piccolo corteo che procedeva lentamente tra i borghi e le frazioni di Sabaudia, da Sant’Andrea a Sacramento, per poi tornare sulla Litoranea per raggiungere il centro urbano e le vicine Migliare, abbiamo avvertito la forza del Messaggio e soprattutto la vicinanza di quel Cristo che appena una settimana fa Papa Francesco aveva implorato in una piazza San Pietro tragicamente deserta! Chiusa la “SS Annunziata”, la Chiesa Madre di Sabaudia, per gli obblighi di isolamento impostici dalla pandemia, il giovane parroco ha voluto essere portatore di un messaggio al tempo stesso di pace e di speranza, farci comprendere che nel nome e nel segno di Cristo si potrà vincere anche questa sfida epocale. Che, come Cristo, si potrà risorgere a nuova vita!

Romano Tripodi

Corona virus, il “Cotugno” di Napoli quell’eccellenza sanitaria scoperta da inglesi ed americani

Della sanità campana ci erano rimaste sino a poco tempo le immagini trite e sconsolanti di pazienti allineati nei pronto-soccorso su improvvisate barelle o ancor peggio aggrediti nei letti dalle formiche. Ed al diffondersi del corona virus furono i molti a chiedersi che fine avrebbero fatto la Campania ed il Meridione in genere, assaliti dall’onda d’urto della pandemia. Quadro reso ancora più fosco dal fenomeno dell’assenteismo del personale medico e paramedico, da protocolli poco o per nulla convincenti! A partire dall’idea di curare i malati affetti da corona virus, in particolare quelli in più gravi condizioni con polmoni ormai compromessi, con un farmaco sino allora somministrato esclusivamente a pazienti affetti da artrite remautoide. Ebbene grazie a quel farmaco, sperimentato per la prima volta all’ospedale Cotugno di Napoli, si sono cominciate a registrare le prime, conclamate guarigioni e comunque gli accertati miglioramenti tra i pazienti in terapia intensiva. Ma dal momento che “nemo propheta in patria” ad accorgersi della prima importante scommessa vinta nella lotta al corona virus dalla sanità campana sono stati gli “altri”, a partire dai medici inglesi. In questi giorni “Sky Uk” ci svela l’altra metà del cielo e definisce il “Cotugno” “Il migliore ospedale in Italia nella lotta al corona virus”. L’unico, aggiunge Sky Uk, dove non esistono medici infettati, e ne spiega il perchè.

“….All’ospedale Cotugno, specializzato in malattie infettive, che ora tratta solo pazienti Covid19, guardie di sicurezza sorvegliano i corridoi. Entrando, passiamo sotto un macchinario di disinfezione che sembra lo scanner di un aeroporto ma che ti pulisce completamente. Mentre il diffondersi dell’epidemia ha colto tutti di sorpresa nel nord ed il personale medico si è trovato senza protezioni, le cose in questo ospedale sono andate diversamente”. E passando alla descrizione di una delle Unità Intensive del Cotugno, Stuart Ramsay, corrispondente di Sky per l’Inghilterra, parla di “Un livello completamente differente di quanto visto finora….Lo staff che assiste i pazienti indossa maschere super avanzate, simili a maschere antigas, diverse da quelle normalmente indossate negli altri ospedali…e ci rendiamo conto che tenere al sicuro il personale sanitario è possibile. E quello che ci preme sottolineare è che le severe regole di separazione tra materiale infetto e pulito vengono seguite da tutti e le guardie di sicurezza nei corridoi di connessione lo ricordano qualora ci sia qualcuno che lo dimentichi”.

Romano Tripodi

 

Via Fani, la testimonianza del cronista

Mi sono trovato in via Fani, quindici minuti dopo la strage della scorta e del sequestro di Aldo Moro. Questo il racconto scritto quella mattina del 16 marzo 1978 per l’Agenzia giornalistica Italia, presso cui ero stato assunto l’anno prima insieme all’intera  redazione esteri dell’Associated Press.

“Abito a duecento metri da via Stresa, da un paio di giorni. E’ un luogo appartato, con gente dell’alta borghesia romana e piuttosto silenzioso. Ho un appuntamento al centro e nonostante sia andato a letto tardi, debbo alzarmi relativamente presto. Esco dall’appartamento in cui vivo alle 09.15 circa ed ho un solo pensiero: prendere un caffè e so che il bar più vicino (il bar Olivetti che risulterà chiuso per cessata attività ndr) dista almeno quattrocento metri. La mattinata, anche se non radiosa, ha quell’aria fresca che invoglia a camminare. Il tempo di fare un centinaio di metri, giungere davanti ad una stazione di servizio della Mobil ed ho la prima sensazione del dramma che si è consumato. La proprietaria della lavanderia “Fani”, una donna piuttosto magra che conosco di vista, si regge allo stipite del negozio; intorno a lei una ragazza ed un paio di commessi della vicina pasticceria. Lo sguardo va immediatamente al crocevia tra via Fani e via Stresa: è un accorrere di gente ma soprattutto un’agghiacciante scena di morte. Spicca, posta di traverso, a ridosso del marciapiede, una vettura presidenziale con le portiere aperte. Davanti, riversi e coperti di sangue, due agenti. Dietro, sul sedile posteriore, una cartella piena di documenti ed alcuni fogli sparsi sulla tappezzeria. Saprò tra pochi istanti che è la macchina dell’on. Moro. Davanti ad essa una 128 bianca con targa Corpo Diplomatico, La gente, o almeno una parte, parla di rapina e soltanto qualche minuto dopo comincia a pronunciare il nome di Moro. Sono circa le 09.25 quando le sirene delle prime Alfa della polizia sopraggiunte, fendono l’aria. Poi il sopraggiungere delle ambulanze. A terra decine di bossoli ed alcuni berretti blu, di foggia militare. La gente parla di uomini in divisa che hanno aperto il fuoco con i mitra contro l’auto di Moro e quella della scorta che la tallonava.

Colgo qualche impressione al volo tra le persone che si sono trovate direttamente vicine al luogo dell’imboscata ed emergono alcune circostanze. L’ uomo che era al volante dell’auto dei terroristi, con targa Cd e che ha sbarrato la strada alla 130 blu dell’on. Moro, compiuto il massacro, ha aperto con calma la portiera; si è abbottonato il soprabito marrone che indossava ed è salito su una delle auto dei complici, in attesa in via Stresa. “Era calmissimo come se quanto accaduto non lo riguardasse ed è stata propria questa calma ad agghiacciarmi, a farmi capire che anche lui faceva parte del comando dei terroristi”. Chi parla è un uomo sulla cinquantina; è stato svegliato dal crepitio dei mitra (avevano sparato per una ventina di secondi spiega ndr) e si è precipitato prima al balcone e poi, il tempo di vestirsi in strada. L’uomo ha praticamente visto il capitolo successivo alla strage.

Romano Tripodi

16 marzo 1978

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Enrico Polito,il raffinato musicista che fece di Gianni Calone Massimo Ranieri

Ho letto su “7”, l’inserto settimanale del Corriere della Sera, la bella e ricca intervista di Paolo Baldini a Massimo Ranieri. Di Massimo, che ho conosciuto quando ragazzo venne a Roma, per iniziare una carriera che ne avrebbe fatto un grande della canzone italiana, c’è tutto o quasi tutto. La vita di stenti insieme alla numerosa famiglia; l’aiuto concreto che, fin da piccolo, cercò di dare a genitori e fratelli, facendo i mestieri più umili e vari. Ma fra i tanti ricordi ne manca uno fondamentale: un pensiero per Enrico Polito, il raffinato musicista calabrese, compositore, pianista ed a sua volta  cantante, che lo scoprì nella trattoria di Napoli dove era solito, con la sua voce, intrattenere i clienti. Era il 1964. Polito, che alcuni anni prima aveva lasciato la natia Reggio Calabria, per cimentarsi come cantante e compositore a Roma, intrecciando da subito rapporti di amicizia e collaborazione artistica con Domenico Modugno, Migliacci- che avrebbe legato invece per sempre il suo nome a Gianni Morandi- Totò Savio, e Bigazzi, intuì subito, ascoltando per la prima volta Gianni Rock, l’allora nome d’arte di Massimo Ranieri, di trovarsi di fronte ad una voce potenzialmente unica. Un artista, appena quattordicenne, dotato di una estensione timbrica unica, un Tom Jones nostrano ed in erba, cui potevano aprirsi le porte del paradiso canoro! Il Maestro convinse i genitori di Massimo e soprattutto la madre, a seguirlo a Roma. Era il 1965, e da quel momento il raffinato compositore calabrese, che aveva adattato a sala d’incisione, la villetta di Casal Palocco in cui viveva,   cominciò l’opera di trasformazione del ragazzo del Pallonetto, partendo da un nome d’arte diverso che facesse immediatamente presa sul pubblico. Cancellato Gianni Rock, nacque Massimo Ranieri, cognome che, contrariamente a quanto si è pensato e scritto per anni, fu suggerito da Gianni Ranieri, un brillante giornalista di Paese Sera, cui l’ormai ex Gianni Calone, fu presentato da Gianni Melli, il collega e rimpianto amico, che per anni avrebbe curato per la stampa, con risultati a dir poco brillanti, l’immagine della nascente stella della canzone italiana. Cambiato il nome, ecco profilarsi l’esigenza di una canzone, che colpisse, da subito, nel segno. All’inizio del 1966 nacque “Rose rosse”, un brano che costituì musicalmente una sorta di rivoluzione. Aboliti fiati e percussioni, Polito, scrisse una musica scandita unicamente del suono dei violini, affidandone il testo a Bigazzi, l’autore e paroliere toscano, che firmerà insieme al compositore calabrese molti dei successi di Massimo Ranieri. Ma prima di incidere “Rose rosse” Polito volle che fossimo noi, amici suoi e di Massimo, a giudicarlo. E ricordo ancora, come se fosse ieri, le serate trascorse ad un tavolino del bar Ciampini, in via Gregorio VII, ad ascoltare, da un piccolo registratore Geloso, il brano. Ne intuimmo immediatamente la bellezza e l’armonia,cui Ranieri, con la potenza della voce, dette forte espressività, facendone un successo di critica e di pubblico.Ed il mercato ci dette ragione: del 45 giri vennero vendute 750mila copie, un primato mai raggiunto sino a quel momento nel mondo della canzone italiana! Per Massimo Ranieri, che non aveva ancora sedici anni, fu l’inizio di un successo inarrestabile. A “Rose rosse” sarebbero seguiti “Vent’anni”; “Erba di casa mia”, “Via del Conservatorio”che Ranieri riproporrà nel suo nuovo album di uscita imminente; “Se bruciasse la città”.

Un sodalizio, quello tra Enrico Polito e Massimo Ranieri, che sarebbe durato, ininterrottamente sino al 1976, quando, dopo aver venduto 15 milioni di dischi, Massimo, stregato dal Cinema e dal Teatro; avrebbe dato un taglio netto alla canzone per vivere la sua seconda età artistica, avendo per Maestri, registi come Mauro Bolognini, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Scaparro, Giorgio De Lullo, Romolo Valli e Strehler!

Romano Tripodi

Lucia Bosè, il ricordo: quella visita sul set di “Geminus”

Ho conosciuto Lucia Bosè tanti anni fa sul set di “Geminus”, il primo serial poliziesco della televisione italiana, diretto per Rai1 da Luciano Emmer ed interpretato da Walter Chiari , Alida Chelli, Ira Furstenberg e dal sottoscritto in virtù di un eccezionale permesso dell’Associated Press, l’agenzia di stampa internazionale per la quale avevo iniziato a lavorare come picture-editor nel 1961. Una visita improvvisa e notturna, all’interno di una delle interminabili gallerie, rischiarate dalla luce delle fotocellule, che correvano nel sottosuolo, a ridosso della via Appia, e che erano state trasformate in fungaie. Qui Luciano Emmer, che l’aveva voluta nel 1952, tra le protagoniste de “Le ragazze di piazza di Spagna”, aveva ambientato alcune delle scene più movimentate di “Geminus” che sarà proiettato, in sei puntate, sul piccolo schermo nel 1969. Lucia Bosè, che era venuta senza farsi annunciare, per riabbracciare Walter Chiari e Luciano Emmer, si trattenne sul set una decina di minuti, senza il rischio di finire immortalata da uno dei tanti fotografi romani per i quali la bella, brava e dolce attrice milanese, sposata con Luis Dominguin, il “principe” dei toreri spagnoli, costituiva un personaggio decisamente prezioso.

Qualche anno più tardi, grazie a quel breve e casuale incontro notturno sul set, a vrei avuto il piacere di intervistarla per un periodico femminile nella sua casa romana, un piccolo appartamento situato se ben ricordo, in un antico palazzo di via dei Greci. Quando arrivai con il fotografo Lucia Bosè era intenta ad inaffiare le numerose piante ed i fiori che abbellivano la terrazza e continuò a farlo per poi dedicarsi, munita di aspirapolvere, a riassettare il salotto. L’intervistasi svolse praticamente durante una sorta di “working in progress” domestico senza che l’attrice ne fosse minimamente turbata. Tutto con la massima disinvoltura e con quella semplicità che nonostante la fama, gli onori ed i successi cinematografici, avrebbe scandito per semprela sua esistenza.

A Roma, Lucia Bosè, rimarrà sempre molto legata, anche affettivamente, per la solida amicizia con i “Giovani”, Giorgio De Lullo, Romolo Valli, ed i compagni di sempre Umberto Tirelli e Dino Trappetti, che dei “Giovani” fu per decenni l’infaticabile ufficio stampa e di Tirelli, il degno erede della sartoria da Oscar. Un gruppo a dir poco affiatato con il quale Lucia Bosè amava trascorrere le sue vacanze capresi, nella villetta acquistata a Tragara, che dominava i Faraglioni.

Romano Tripodi

Via Fani, la coppia della garconniere ed il mistero della Honda blu

Tra quanti parteciparono attivamente alla strage di via Fani ci sono sicuramente i due sconosciuti che, in sella ad una moto Honda blu di grossa cilindrata, sfrecciarono lungo via Fani, nell’immediatezza del sequestro di Aldo Moro, facendo il fuoco su Alessandro Marini, un impiegato che li aveva casualmente incrociati con il suo motorino, omonimo del magistrato che rappresentò l’accusa nei sei processi alle brigate rosse. E fu proprio il pm romano Antonio Marini, nella accurata ricostruzione di quei tragici eventi, ad avvalorare la testimonianza di Alessandro Marini; a dare per certa, con sentenza passata in giudicato, la presenza in via Fani della misteriosa Honda blu. Eppure i brigatisti rossi hanno sempre negato la presenza di quella moto di grossa cilindrata in via Fani, prendendo le distanze dai due sconosciuti della Honda blu. Un atteggiamento che si può spiegare in due modi: con la volontà di coprirli, seguendo quella linea di menzogne e depistaggi cui i vari Moretti, Morucci, Faranda, Gallinari, si sarebbero sempre attenuti ovvero con la totale estraneità rispetto alla coppia. Un elemento che non può non chiamare ancora una volta in causa quella strana coppia che alle 9 del mattino del 16 marzo 1978, uscì dal monolocale di via Stresa per andare a concludere la parte loro affidata da chi, realmente, gestì il sequestro Moro e ne curò per mesi la preparazione. Un livello troppo alto per essere confuso con la capacità di strategia dei brigatisti rossi impegnati quella mattina in via Fani!

Romano Tripodi

Ritorno a Scilla-Il Racconto

Mancavo da Scilla da diversi anni. Un arrivederci che con il trascorrere del tempo e contro la mia volontà era purtroppo diventato un addio! Ma la tragica morte del cugino Cesare, Cesarino per gli amici, centrato in pieno da un’auto pirata mentre passeggiava con due amici lungo la Nazionale, mi aveva offerto, pur in una circostanza drammatica, quello stimolo inconsciamente atteso: ritornare a Scilla, che avevo lasciato dopo la maturità e la mia assunzione, come picture editor, nella redazione romana dell’Associated Press, la grande agenzia di stampa americana in cui avrei lavorato per oltre venti anni.

Strano, un evento luttuoso ci addolora ed è fonte di depressione. Eppure, mentre sedevo nella carrozza della “Freccia del sud” che mi avrebbe portato a Scilla, dopo un viaggio di nove ore, nel mio animo ero grato a quella morte, fonte di un rincorrersi di ricordi incancellabili e solari, legati a quella che per tanti anni, dalla infanzia alla adolescenza e sino alla maggiore età, sarebbe stata per me e Manlio, il fratello gemello, la casa delle vacanze, che iniziavano a giugno, alla chiusura delle scuole, per concludersi, con sommo rammarico, ai primi di settembre, quando Scilla si svuotava ma godeva di un mare ancora più splendido e pescoso.

Cesare, funzionario al Comune di Messina, era il cugino-zio per via della differenza d’età. Capelli neri, ondulati, baffetti alla Errol Flynn, uno dei belli del cinema americano degli anni Cinquanta, si era sposato con Norina, una maestra di Scilla, figlia a sua volta di un’altra storica insegnante e di don Micco, orafo di talento. Dal matrimonio con Norina erano nati Jole ed Angelo. Del cugino grande, mentre il treno costeggiava la Costa Viola, quasi sfiorando scogli e spiagge, tra Palmi E Bagnara, ricordavo lo strano costume da bagno, stile anni Trenta, che era solito indossare per le sue nuotate notturne, appuntamento importante con il mare, al suo rientro da Messina.

E nuotare era diventata la mia grande passione, condivisa con Manlio, il gemello e con gli amici pescatori, con i quali affrontavamo autentiche maratone marine, dal Castello dei Ruffo a Punta Pacì, compagni che ripagavano l’amicizia ospitandoci nelle uscite notturne con le lampare o sui lontri, le caratteristiche imbarcazioni per la pesca del pescespada che tra luglio ed agosto conosceva il suo momento magico. E mentre il mio treno, passata Favazzina, si apprestava a fermarsi alla stazione di Scilla, avevo netta l’impressione che il tempo si fosse fermato, che il mio orologio avesse spostato indietro di quindici anni, le lancette. Ed in quel momento un pensiero grato andò proprio a Cesare, che mi aveva strappato al mondo del giornalismo, per farmi rivivere gli anni belli della infanzia e della adolescenza, a Scilla!

Romano Tripodi