La Resilienza forza di ogni rinascita vissuta dai protagonisti e raccontata da Isabella Di Chio

L’Incontro promosso da Medicina e Frontiere, giovedì 3 novembre a Roma

ROMA. “La Resilienza, forza di ogni rinascita”, è il tema dell’incontro pubblico promosso dall’associazione culturale noprofit, Medicina e Frontiere, in programma il 3 novembre pv , con inizio alle ore18,00, presso l’Auditorium Celimontano, in via Bezzecca, a Roma. A rendere viva, spiegandone l’essenza, una parola che sino ad alcuni anni fa era pressocchè sconosciuta e che oggi imperversa nei media , è un libro. Si intitola “Amatrice-piccole storie per ricominciare”(Torri del Vento edizioni) e lo ha scritto Isabella di Chio, inviata e conduttrice del TGRLazio, che per conto della testata giornalistica regionale della Rai, ha seguito tutte le fasi del terremoto che nell’agosto del 2016 devastò Amatrice ed altri comuni dell’Italia centrale. Tra le macerie della perla del Reatino l’Autrice ha vissuto per nove lungi mesi, condividendo con i superstiti del sisma dolore e speranze. Una vicinanza che le ha consentito di entrare nell’intimo di tante persone che pur fra tante rovine, hanno trovato il coraggio e la determinazione per non soccombere, per dare ad un presente cupo, la speranza di un futuro roseo. Da quei racconti la Resilienza emerge nella sua concretezza e diventa parola del nostro quotidiano. Di qui la scelta di Medicina e Frontiere e del suo presidente, Michele Guarino, cui va il merito di aver affrontato sempre temi ed argomenti legati all’attualità, spesso anticipandoli. Con l’Autrice, dopo l’Introduzione della senatrice Paola Binetti, dialogheranno S.E. il Cardinale Enrico Feroci, Rettore Parroco del Divino Amore, Fabrizio Curcio, Capo della Protezione Civile, la psicologa e psicoterapeuta, Flavia Vicinanza. A tenere le fila del dialogo, Roberta Serdoz, capo redattrice centrale Rai del TGR Lazio. A leggere alcuni brani del libro, l’epidemiologo Massimo Ciccozzi.

Romano Tripodi

La Gran Bretagna aveva Elisabetta, l’Italia rischia di avere Giorgia Meloni

Come milioni di Italiani ho seguito oggi in televisione i funerali di Elisabetta II, Regina d’Inghilterra. A colpirmi noni sono state soltanto la solennità e la perfezione della cerimonia ma soprattutto la vicinanza intima di un Popolo alla sua Sovrana; la riconoscenza palpabile per quanto Elisabetta aveva fatto per i suoi sudditi nei quasi sessant’anni di Regno. Le rose lanciate sul feretro mentre si avviava da Londra al Castello di Windsor erano l’omaggio ad una Donna che mai, in nessuna circostanza, era venuta meno ai suoi obblighi dinastici e che con fatti ed opere era riuscita a superare piccoli e grandi ostacoli, drammi familiari e no, avendo sempre per obiettivo il Bene Comune. Ma questi Funerali, che hanno evocato tempi antichi e moderni insieme, mi hanno purtroppo detto anche altro: che la Gran Bretagna, nonostante sia uscita dall’Europa, resta e resterà una perla dell’Occidente e sì anche della stessa Europa, nonostante l’abbandono. E seguendo quei funerali, che erano pur nella morte, il simbolo della vita, ho preso coscienza di quanto oggi l’Italia, il nostro Paese sia lontana per lezioni di vita, per solidità di tradizioni, per unità di intenti, da questa Inghilterra che meglio non avrebbe potuto essere rappresentata in questo storico 19 settembre 2022. E , con il pensiero rivolto alle imminenti elezioni politiche, ho preso atto di quanto distanti siano per etica, passione politica, unità di intenti, voglia di fare solo ed esclusivamente, gli interessi della propria Nazione, la Gran Bretagna di Elisabetta II e questa povera Italia, che rischia di accogliere, come inquilina, di Palazzo Chigi Giorgia Meloni, che per quanti sforzi faccia non riesce a nascondere il suo volto di populista ad oltranza e che ancor prima di presentarsi a Bruxelles, non nasconde la sua fiera ostilità nei confronti dell’altra Europa, quella che per superare le crisi drammatiche che la attraversano avrebbe bisogno proprio di far tesoro degli insegnamenti di Elisabetta.

Romano Tripodi

A Berlusconi non resta che piangere sul latte versato

N ell’ntervista rilasciata stamane al Corriere della Sera e corredata da un’immagine bucolica che lo ritrae, nonno felice con i suoi tre nipotini, nella villa di Arcore, Silvio Berlusconi, indica ancora una volta nella sua persona ed in Forza Italia, la stella polare del centro-destra, elemento indispensabile per consentire al la futura coalizione guidata da Giorgia Meloni, di governare l’Italia. Nella stessa intervista il Cavaliere si identifica, per quanto riguarda i rapporti con la Russia, nella posizione e nella linea seguita nei confronti di Putin e dell’Ucraina aggredita, dal governo Draghi, in altre parole dal premier che ha contribuito a sfiduciare nel momento più drammatico del nostro Paese. Ma è proprio associandosi nella sfiducia a Matteo Salvini e Giorgia Meloni che il leader di Forza Italia, ha dimostrato nel modo più palese, di non essere assolutamente in grado di proporsi come traino del centro-destra. Sposando le istanze di Lega e Fratelli d’Italia, il Cavaliere, ha compiuto un errore politico macroscopico, sordo ai consigli dei suoi collaboratori moderati. Berlusconi ha di fatto contribuito a consegnare, armi e bagagli, il centro-destra (ma non sarebbe più logico parlare di destra sic et simpliciter?) a Fratelli d’Italia, vale a dire proprio alla formazione da cui Forza Italia, quale alleata fedele del Governo Draghi, si era sempre dissociata. A quella formazione che ha raccolto via via consensi sempre più ampi grazie alla “politica del no” che si è tradotta in ostinata ed ostentata avversione alla maggioranza guidata dall’Uomo della Provvidenza, senza apportare proposte e progetti alternativi e validi. E se Giorgia Meloni dovesse salire a Palazzo Chigi per raccogliere l’eredità di Mario Draghi a Silvio Berlusconi, che continua a ritenersi l’uomo del Fare, non rimarrebbe che guardarsi allo specchio e piangere sul latte versato per aver consegnato l’Italia a chi non avrebbe mai i numeri per guidare i suoi connazionali, a cominciare da coloro che il 25 settembre la voteranno. Ed una volta sprofondati, risalire la china sarebbe impresa ardua.

Romano Tripodi

La corsa ad handicap di Enrico Letta

Ancora non mi spiego , e probabilmente non ci riuscirò mai, cosa abbia indotto Enrico Letta e parte del Partito Democratico, ad inserire nella coalizione del centro sinistra, ma forsesarebbe meglio dire della sinistra, che dovrà contrastare il cartello del centro destra , alle politiche del 25 settembre, il segretario nazionale della Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni ed il coportavoce di Europa verde Angelo Bonelli. Di Fratoianni ignoro i trascorsi politici e parlamentari ma non così di Angelo Bonelli che pur essendomi occupato come giornalista soprattutto di politica estera, terza pagina e cronaca nera, ho seguito nel lungo ed altalenante impegno di ambientalista della prima ora. In quella dapprima sparuta e poi relativamente folta pattuglia di Verdi che si erano riproposti la salvaguardia dell’ecosistema che di fatto, ligi alle politiche del No, hanno contribuito a rendere insoluta l’emergenza rifiuti, a non offrire soluzioni idonee all’erosione delle nostre spiagge e delle nostre coste, senza nulla fare, concretamente, per bloccare la cementificazione di paesi e città. Ed i Verdi che avrebbero potuto e dovuto essere il valore aggiunto del Belpaese, sono via , via spariti, a differenza di quanto avveniva nel resto dell’Europa. Ed oggi che Enrico Letta inserisce il “sinistro”Fratoianni e l’ex ambientalista di razza Bonelli, nelle sue liste elettorali, mi chiedo il perchè di una sc elta suicida e mi domando perchè mai un italiano debba votare per due esponenti politici con questi trascorsi e che soprattutto sono da sempre in rotta di collisione proprio con quel Pd che ha deciso di imbarcarli, per scongiurare una sconfitta che a leggere questi, ed altri nomi, si profila minacciosa, alimentata anche da una certa presa di distanza dall’agenda Draghi.

Romano Tripodi

La Calabria così bella, così deturpata

Con maniacale puntualità, alla vigilia di ogni tornata elettorale, i politici nostrani, di destra o di sinistra che siano, tornano a proporre fra le priorità dei loro programmi, con un mantra che su ripete ossessivamente da quando ero ragazzo, e quindi molti anni fa, la costruzione del Ponte sullo Stretto, cordone ombelicale ideale fra la Calabria e la Sicilia. A partire dagli anni Settanta, per un ‘opera che non si sarebbe mai realizzata, si sono spesi, miliardi di vecchie lire. Si è dato vita a Messina ed a Roma ad un apposito centro-studi, affidandone la guida ad un giornalista capace, l’allora direttore della Gazzetta del Sud di Messina, Giulio Calarco, infarcendolo di consulenti e collaboratori vari per progetti rimasti fortunatamente sulla carta.ma non per questo meno costosi ed inutili. Chi oggi, da Salvini a Berlusconi, parte del Pd compresa torna a perorare la causa del Ponte, senza tener conto della conformazione geologica dell’area ed in particolare del rischio sismico che la caratterizza, dimostra di non conoscere la Calabria, di non capire, o far finta di non capire, di cosa realmente questa Regione abbia bisogno, per quello scatto di qualità, che i nostri politici,a livello nazionale e locale, le hanno negato. Eppure basterebbe salire sull’Intercity 556, in partenza alle ore 10.18 da Villa San Giovanni ed arrivo a Roma alle 17,30, perrendersi conto di cosa serva oggi veramente a questa regione tra le più belle ma anche tra le più urbanisticamente violentata del Belpaese. Da Villa a San Giovanni, proseguendo per Bagnara, Pizzo Calabro, Tropea, Lamezia Terme, Sant’Eufemia Lamezia, Diamante, Ascea, sino a Sapri, i due volti della Calabria. Centinaia di chilometri di un mare incontaminato, di spiagge splendide che spiccano per ampiezza ed ospitalità, con stabilimenti e lidi a misura d’uomo, una natura unica, schiacciata da uno sviluppo urbanistico indegno. A ridosso di questo litorale che non teme confronti, sindacim assessori, geometri da strapazzo, con la connivenza dei loro politici nazionali di riferimento, hanno continuato a costruire case monoblocco, finti residence, palazzetti ignobili, che suonano offesa ad ogni criterio urbanistico. Le denunce fatte dalle varie associazioni ambientaliste in questi ultimi cinquant’anni non sono servite a nulla, anzi hanno avuto l’effetto, controproducente, di alimentare la corsa al cemento. E non è un caso che per vedere come bellezza della natura ed armonia architettonica possano coesistere, il nostro Intercity 556, in partenza da Villa San Giovanni e diretto a Roma, debba arrivare a Maratea, l’indiscussa perla della Basilicata e del Tirreno, dove la capacità di rendere armonico il paesaggio non è nata per caso ma è stata frutto dell’impegno culturale dell’Uomo, ed in particolare di Francesco Sisinni, l’indimenticabile direttore generale dei Beni Culturali, che come sindaco di Maratea, fece quello che primi cittadini altrettanti capaci ed onesti, avrebbero potuto realizzare in Calabria. Oggi chi continua a blaterare di Stretto dimostra , con un esercizio di parole e di mera retorica, di non essere salito, neppure una volta sull’Intercity 556. Un vero peccato perchè forse anche Salvini e Berlusconi avrebbero compreso le reali priorità della Calabria e del Sud in genere.

Romano Tripodi

Alla prova del voto, se ci è rimasta un po’ di dignità scegliere non dovrebbe essere difficile

IL 25 settembre gli Italiani andranno alle urne per scegliere partiti ed uomini che li dovranno governare. Si dice e si scrive che la scelta sarà tra un centro-destra targato Giorgia Meloni con l’appoggio fondamentale della Lega di Matteo Salvini, peraltro in chiara difficoltà e di Forza Italia che ancora una volta e come sempre si affida ad un Silvio Berlusconi, che pur se fisicamente non al meglio, resta il leader indiscusso di un partito che continua a perdere pezzi e che difficilmente riuscirà a superare il 10 per cento dei suffragi. Alla ritrovata compattezza ed unità di intenti del centro destra fa riscontro un centro sinistra a guida Pd ed Enrico Letta che sta faticando più del previsto per dar vita ad una coalizione coesa ed in grado di battersi ad armi pari con l’avversario politico. E senza quel “campo largo” cui Letta aspira l’esito della consultazione, sondaggi, alla mano dovrebbe essere scontato con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e come tale inedita interlocutrice di un’Europa che non l’ha mai amata e che difficilmente l’amerà o comunque sarà propensa ad apprezzarla anche perchè al suo fianco, e con respiro sul collo, avrà quel Matteo Salvini, amico ed estimatore di Putin e simbolo di quel populismo che a Bruxelles gode di scarsa simpatia. Questo il quadro politico che si sta delineando, un quadro che parte da un presupposto: che la memoria degli Italiani, come spesso si è ripetuto nella Storia, sia corta, e che gran parte dei nostri connazionali siano disposti a dimenticare il tradimento che Silvio Berlusconi, il putiano Matteo Salvini ed i 5 stelle di Giuseppe Conte, hanno perpetrato non solo e non tanto nei confronti di Mario Draghi e del suo governo ma contro il nostro ed il ,loro Paese, l’Italia. Se a quei connazionali che vedevano in Draghi l’Uomo in grado di fronteggiare pandemia, crisi economica e sociale, crisi energetica ed alimentare, resteranno memoria e dignità, calcoli e sondaggi numerici potranno essere ribaltati nell’urna. Se così non fosse sarebbe la Fine, con buona pace di sindaci, governatori regionali, sindacati, imprendito e lavoratori!

Le magnifiche donne del Premio Pavoncella

Sabaudia-Il 18 giugno a Sabaudia, presso la sala convegni dell’Hotel Le Dune, si alzerà il sipario sulla undicesima edizione del Premio “Pavoncella alla creatività femminile”. Protagoniste dell’evento, che gode del Patrocinio della Presidenza del Consiglio, saranno dieci “eccellenze in rosa”, che lontane dalla ribalte televisive e dai salotti mediatici, hanno conseguito traguardi professionali prestigiosi o che, siamo certi, li conseguiranno. Ed il pensiero va alla diciasettenne Frida Bollani Magoni che ,dai genitori, il pianista e compositore jazz, Stefano Bollani e la cantante, Petra Magoni, ha ereditato la passione per la Musica, dimostrando sin da piccola un talento artistico fuori dal comune. A lei il “Pavoncella”, quale Astro nascente. Ampio lo spazio riservato dalla Giuria, alla Ricerca scientifica ed al Sociale. Premiata, per la Ricerca scientifica, Maria Rosaria Capobianchi, che in qualità di direttore del Laboratorio di Virologia dello “Spallanzani” ha avuto il merito, con la sua equipe, di isolare la sequenza del virus, fonte della pandemia che avrebbe sconvolto il mondo provocando migliaia di vittime. Ed ha fronteggiato la pandemia anche Federica Quarata, che rispondendo all’impulso dell’animo, ha lasciato l’atmosfera ovattata del Reparto Geratria del Campus Biomedico di Roma, sospendendo il relativo corso di specializzazione, per prestare servizio, H24, nelle corsie del Centro Covid. A lei la borsa di studio per la Ricerca Scientifica. A concludere lo spazio riservato alla Medicina la borsa di studio donata dalla famiglia Valtottorni, nel ricordo di Giuseppe Voltattorni, il presidente di Eurolegno, da sempre vicino al Premio, per il carattere innovativo della sua tesi di laurea, alla giovane dottoressa, Mariantonietta Scazzariello.

Come ogni anno nell’ambito della Pavoncella vengono assegnati due Riconoscimenti speciali: alla Donna dell’Anno, alla Donna dello Stato per lo Stato. Il primo ad un’autentica superprofessionista della finanza e dell’industria italiane, Maria Bianca Farina, Presidente di Poste Italiane e dell’Ania, l’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici; il secondo ad Antonella Casazza, prima donna colonnello in Italia, prima donna a guidare un Comando provinciale della Guardia di Finanza, in quel di Perugia.

E riserveranno emozioni intense anche le due donne premiate per il rispettivo Impegno nel Sociale: madre Rosa Lupoli, Abbadessa del Monastero delle Monache Cappuccine di Napoli e l’avvocato Ilaria Signori, presidente della Confraternita della Misericordia di Agliana.

Vive sul Pianeta Terra, ma da sempre il suo sguardo ed il suo impegno sono rivolti allo Spazio, Francesca Lillo, Responsabile della Direzione Salute, Sicurezza ed Ambiente, Infrastrutture e Servizio dell’Avio ,s.p.a. la grande industria aerospaziale italiana di Colleferro, Premio Pavoncella per il contributo determinante dato al lanciatore Vega ed al suo successore, VegaC.

In una Regione come il Lazio e soprattutto come la Provincia pontina che ha nell’ortofrutta il suo “tesoro” naturale, spazio anche allo Slow Food e chi di questo è stata, la giovanissima ambasciatrice e promoter: Sara Guercio. A concludere l’elenco delle vincitrici, “ultima ma non ultima” un’autentica giornalista di razza, Lucia Goracci, che ci ha raccontato per la Rai, nei più complessi e rischiosi, scenari di guerra, vicende che altrimenti avremmo forse ignorato.

Ed il Pavoncella non poteva dimenticare Lea Mattarella, la brillante critica d’arte di “Repubblica”, docente indimenticabile dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, Roma e Brera, e giurata generosa del Premio. Nel suo nome saranno donate otto borse di studio ad altrettante allieve di nazionalità ucraina, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Romano Tripodi

Gli Usa non hanno mai superato il trauma del Vietnam. Ecco perchè non entreranno in guerra per salvare l’Ucraina

Ho seguito per anni, dall’inizio alla drammatica conclusione, la guerra del Vietnam quale giornalista dell’Associated Press, ed ho ancora negli occhi, a distanza di tanti anni, le immagini della caduta di Saigon. L’assalto degli ufficiali sudvietnamiti agli elicotteri che li avrebbero dovuto portare in salvo prima dell’arrivo dei Vietcong e la definitiva occupazione della capitale sudvietnamita da parte del nemico che al termine di un conflitto sanguinoso e logorante aveva avuto ragione della superpotenza americana, chiamata a confrontarsi su un terreno di scontro diventato la sua fossa. E proprio quel tragico finale di una guerra che, con il trascorrere degli anni, si sarebbe rivelata fatale per i berretti verdi americani, nonostante il dispiego di armi e di mezzi, avrebbe alimentato nell’opinione pubblica americana un rifiuto crescente per la guerra in assoluto ed in primo luogo per conflitti geopoliticamente lontani dagli interessi di Washington. Un trauma che a distanza di oltre cinquant’anni il lattaio di Kansas city, in altre parole il cittadino americano non avrebbe mai più superato. E Biden che prima di essere l’inquilino titubante e tentennante della Casa Bianca, è cittadino americano, di quel trauma resta, come gran parte dei suoi connazionali, vittima. Non so se gli Stati Uniti si possano ancora definire una grande potenza, ma ne dubito. Se tale oggi fossero non avrebbero assistito fermi ed impotenti, eguagliando in pavidità, l’Europa, all’attacco dell’armata russa all’Ucraina. Attacco di cui l’intelligence aveva previsto tempi e dimensioni, cullandosi nell’illusione che le ventilate sanzioni, potessero frenare quel Putin, che in grande difficoltà sul fronte interno, ha pensato di trovare gloria e potere, spargendo centinaia, forse migliaia di morti innocenti, per fare dell’Ucraina, la prima delle ex repubbliche sovietiche, destinate a ritornare, a distanza di ventidue anni dalla rivoluzione del 1989, sotto lo stivale di Mosca. Mentre scriviamo i panzer sovietici occupano parte di Kiev la capitale, preparandosi, dopo il fuoco violento dei missili ed i bombardamenti a tappeto dei caccia, a sferrare il colpo mortale ad un Paese libero e democratico. Democrazia che Putin dimostra in queste ore non soltanto di non conoscere ma con la quale , spinto da un odio incontrollabile, non vuole neppure convivere. Se a questo autoproclamato dittatore moderno si pensa di poter rispondere con le sanzioni significa ignorare la più semplice delle regole:; alle armi, soprattutto se attaccati senza alcuna ragione, si risponde SOLTANTO CON LE ARMI. Tutto il resto è mera oratoria e suona offensivo per quella Ucraina e quel suo popolo che, almeno come Europa ,avremmo dovuto essere pronti a difendere!

Romano Tripodi

Microbiologi, da sparuta ed ignota pattuglia a tsunami dei media

Avevo poco più di 18 anni quando, ottenuta la maturità, mi iscrissi a Giurisprudenza, alla “Sapienza” di Roma. E fu proprio frequentando l’Università che, contemperando studio e lavoro, riuscii ad ottenere il mio primo impiego in assoluto. Grazie alla conoscenza dell’Inglese, allora piuttosto rara, venni assunto dall’allora Preside della Facoltà di Microbiologia, il professor Aldo Cimmino, che diversi anni più tardi sarebbe diventato dapprima Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia e successivamente Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. In altri termini un autentico Barone. Ed oggi che microbiologi, epidemiologici, infettiviologici, imperversano sugli schermi televisivi, discettando dall’alba al tramonto di covid19 e varianti varie, dandoci l’impressione che non esistano altre discipline mediche o che le altre non meritino comunque di essere menzionate, costrette ai margini della Scienza, il mio ricordo va a quei mesi trascorsi , nei lontani anni sessanta, a Microbiologia. Assunto, con contratto part-time, per mettere in ordine la ricca biblioteca della Facoltà, formata da centinaia di testi e pubblicazioni, quasi tutte in inglese, vi rimasi il tempo necessario per rendermi conto di essere capitato in una sorta di piccola isola i cui abitanti, tutti dediti esclusivamente alla ricerca, conducevano una esistenza professionale a sè stante. Ad un gruppo di ricercatori che faceva capo al professor Graziosi ed alla moglie si contrapponeva una seconda e più cospicua formazione che rispondeva direttamente al preside della Facoltà, il professor Aldo Cimmino. All’esterno delle mura della palazzina in mattoni rossi, la prima superato il maestoso ingresso dell’Ateneo romano, la parola Microbiologia era sconosciuta non solo alla maggioranza dei normali connazionali ma anche all’interno della città universitaria. Se po accennevamo al termine “Virology” il buio era assoluto. Per me l’esperienza fu comunque doppiamente positiva. Perchè fu proprio mentre mettevo in ordine i testi preziosi ma in gran parte ignorati della libreria, che mi capitò tra le mani una copia del “Messaggero”. Scorrendo le offerte di lavoro, come ero solito fare nella speranza di guadagnare qualcosa di più del modesto salario che la Facoltà di Microbiologia poteva permettersi, l’occhio mi cadde sulla proposta che avrebbe cambiato per sempre la mia vita professionale e non solo: l’Associated Press, la grande agenzia di stampa americana cercava per la sua sede romana di piazza Grazioli, un giovane laureando da avviare alla carriera giornalistica!Mi presentai il giorno dopo e dopo una prova venni assunto con uno stipendio che mi sembrò ed era, per un ragazzo ventenne, favoloso. Non misi più piede nella Facoltà di Microbiologia ma non ho mai dimenticato nè il professor Cimmino, autentico gentleman napoletano, nè quei ricercatori giovani ed appassionati, che il mondo sembrava ignorare. Oggi, a distanza di tanti anni, sembra che esistano soltanto microbiologi ed epidemiologici. Un’esposizione mediatica dettata dal corona virus ma probabilmente estranea allo spirito ed alla sensibilità di chi fa seriamente ricerca.

Romano Tripodi

Corona virus, il boom dei contagi raccontato da una prospettiva sbagliata

A leggere le cronache giornalistiche, che hanno spesso toni parossistici, un normale Lettore ha l’impressione che la variante Omicron del Corona virus, imperversi senza controllo sul territorio nazionale, aumentando a dismisura i contagi, quasi a creare una pandemia nella pandemia. In questo modo si dà un ulteriore contributo a quelle fake news che questa tragedia sociale, sanitaria ed umana ha contribuito ad alimentare. Partendo da un dato di fatto incontrovertibile: l’efficacia avuta dalle vaccinazioni nel diminuire drasticamente sia il tasso dei contagi che il livello di mortalità, dobbiamo dire con altrettanta chiarezza che il boom dei contagi registrato nelle ultime settimane è figlio della Paura che ha indotto decine di migliaia di persone, a sottoporsi a quei controlli che avevano eluso per meri atteggiamenti ideologici o perchè non ritenuti consoni ad una sorta di “SuperIo”alla casareccia. Tra quanti, ad iniziare dai primi di cembre 2021, hanno cominciato ad ingrossare le file davanti a farmacie e parafarmacie, ci sono in prevalenza, due categorie di persone: i giovani ed i quarantenni e cinquantenni. Tutte persone che senza necessariamente appartenere alla etichettata categoria dei “no vax” dallo scoppio della pandemia ad oggi, vale a dire in questi ultimi due anni e mezzo, si sono guardati bene dal farsi un tampone presso i centri di assistenza, i cosiddetti Hub, allestiti dalle Asl e tantomeno di sottoporsi ad una prima vaccinazione di rito. Ed è evidente che molte di queste persone, siano risultate positive accrescendo il numero dei contagi di cui, senza saperlo, erano probabilmente portatori sani, da tempo, e ben prima che la variante Omicron, facesse la sua minacciosa comparsa nel Bel Paese.

Romano Tripodi