Lampedusa, da isola ambita dal generone romano a lager per immigrati

I primi a scoprire Lampedusa, innamorandosi del suo mare, in grado di rivaleggiare per colori e salubrità con quello della Sardegna e delle Maldive, furono, negli anni 70, i ricchi commercianti e palazzinari romani. Un innamoramento a distanza, ignorando i disagi naturalistici cui sarebbero andati incontro, primo fra tutti la assenza di verde. Costruttori già noti alle cronache mondane o meno per aver cementificato i Parioli, in particolare quella ampia fascia di territorio compresa fra Piazza Pitagora e piazza Don Minzoni, pensarono di fare dell’isola siciliana, divenuta oggi sinonimo di lager per immigrati, il loro eremo felice. Non paghi di possedere una sola villa ne costruirono prima due e poi tre prima di rendersi conto che, di quel verde lussureggiante in cui Antonio Valente e Busiri Vici avevano “immerso” le splendide dimore del Circeo, da via del Faro a Punta Rossa, non avrebbero trovato traccia. Furono infatti costretti ad importare dalla terraferma alberi e piante, salvo poi accorgersi che per difenderle da espropri invernali , soltanto apparentemente proletari, avrebbero dovuto stipendiare custodi fedeli, capaci di contrastare una vera e propria “mafia del verde”. E così mentre all’incantamento di Lampedusa non riuscivano a sottrarsi Domenico Modugno e Claudio Baglioni, molti di quei rappresentanti del generone romano, che l’avevano scoperta anni prima, cominciarono a chiedersi se ne era valsa la pena e misero in vendita, senza grande fortuna le loro ville. Tutto reso più difficile da chi pensò di fare di Lampedusa il primo punto di attracco del Mediterraneo e quindi della Sicilia e dell’Italia, di quei poveretti che a bordo di autentiche carrette del mare, alla mercè di schiavisti del Terzo Millennio e nel silenzio assordante dell’Europa, avrebbero sfidato e trovato la morte pur di sfuggire a guerre, carestie, povertà endemiche. In pochi anni l’immagine di Lampedusa si offuscò completamente. Non si parlò più della magia del suo mare, dei delfini che ne solcavano le onde, di Modugno che ne aveva fatto il suo rifugio, componendovi malato, una delle più belle e struggenti melodie, ma soltanto di quel popolo di disperati che, una volta approdato nell’isola, veniva messo in quarantena in strutture sempre più fatiscenti ed assolutamente inadeguate a contenerli, sì proprio come se fossero oggetti, in quegli spazi. In questi giorni un Uomo ha osato ribellarsi a tanta barbarie ed ad un Governo centrale da anni incapace di qualsiasi soluzione, ha detto basta. Per salvare Lampedusa, la Sicilia, quegli stessi immigrati, costretti a vivere in autentici lager.

Romano Tripodi

Assisi, il corona virus non risparmia il Sacro Convento

Aumentano in modo preoccupante i casi di contagio da Covid19 al Sacro Convento di Assisi. Ai 14 novizi, isolati nei giorni scorsi immediatamente dopo l’arrivo ad Assisi, da provenienze diverse, si sono aggiunti anche quattro frati francescani. A darne notizia è stato padre Enzo Fortunato, responsabile della sala stampa del Sacro Convento, che ha definito sotto controllo la situazione, escludendo che vi siano rischi di contagio per i turisti che in questo periodo visitano la Basilica di San Francesco e gli altri luoghi sacri e di preghiera di Assisi. Sulla identità ed età dei quattro frati francescani da oggi in isolamento c’è, nel rispetto della privacy, il massimo riserbo e si ignora se per essi sia previsto il ricovero in strutture ospedaliere attrezzate.

La notizia, cui ha dato il giusto risalto il Corriere dell’Umbria, si aggiunge a quelle altrettanto preoccupanti che riguardano gruppi di giovani romani ed aretini, risultati contagiati dal corona virus al rientro dalle loro vacanze a Malta ed Ibiza. Un fenomeno che va ad aggiungersi ai casi che hanno interessato i giovani maniaci della movida, indifferenti aiconsigli ed ai controlli di polizia e carabinieri.

Romano Tripodi

A Sabaudia i bagnini sono un pericolo da covid-19

SABAUDIA-Non a caso si chiamano “di salvataggio” e questa è stata per decenni la loro funzione sulle italiche spiagge e nelle migliaia di stabilimenti balneari. Ma sei mesi fa è arrivata, inarrestabile ,la pandemiada covid19 ed i bagnini, che avrebbero dovuto prestare soccorso ai bagnanti in difficoltà, sono diventati, per chi li avesse avvicinati in spiaggia un rischio. In altre parole si sono trasformati in untori del terzo millennio. Nelle ultime 24 ore , in altrettanti stabilimenti di Sabaudia, dove prestavano servizio, probabilmente dall’inizio della stagione, ne sono stati scoperti due. Chiari i sintomi da corona virus ed immediato il ricovero in ospedale con conseguente sequestro temporaneo dei due stabilimenti: Il Gabbiano, situato in zona Bufalara, all’estremità meridionale della strada lungomare ; ed il Lido Azzurro, uno degli stabilimenti balneari più grandi di Sabaudia, in direzione del Ponte Giovanni XXIII, in questi giorni frequentato da centinaia di abbonati.

Alcune settimane fa sulle colonne di questo blog denunciavamo l’assoluta mancanza di adeguati controlli, soprattutto preventivi, e l’assalto sconsiderato alla dune del quaternario, trasformate in altrettante vie di accesso alla spiaggia, peraltro raggiungibile attraverso la rete di passerelle istituita fra Torre Paola e la Bufalara. Aggiungevamo che il via libera a quei turisti del “mordi e fuggi” era dannoso non soltanto per la tenuta delle dune, sempre più sottoposte alla pressione dell’uomo ed al processo erosivo della mareggiate, ma si sarebbe potuto tradurre in un gratuito rischio di contagio per gli altri bagnanti per l’assenza di elementari misure di sicurezza, a partire da quel distanziamento di cui tanto di parla ma che soprattutto nei tratti di spiaggia libera, che a Sabaudia, sono chilometri, viene ignorato.

Ma i due bagnini untori non si sono limitati a spargere contagio in spiaggia; hanno frequentato anche un bar nel centro di Sabaudia, L’Incontro, ed hanno trascorso qualche ora in tre esercizi pubblici- il Bar 111, l’Ombelico,locale da ballo ed una pizzeria, tutti tre di Latina. E così il contagio si è esteso ad altre cinque persone in attesa che i controlli sanitari e l’allarme lanciato dalla Asl accertino quanti e quali avventori siano stati in contatto con gli untori del mare, sia nel bar di Sabaudia che nei tre esercizi pubblici di Latina.

Romano Tripodi

L’ombra dei Servizi nell’omicidio di Marco Vannini

L’omicidio di Marco Vannini, il giovane di 23 anni ucciso da Antonio Ciontoli nella villetta di via Alcide De Gasperi, a Ladispoli, nella notte fra il 17 e 18 maggio 2015, rischia di trasformarsi in un giallo nel giallo. La Emme Team, la società americana di informatica che riuscì a ricostruire,captandole, le parole pronunciate dal povero ragazzo durante l’ultima telefonata fatta da Antonio Ciontoli al 118, è stata in grado, nel prosieguo delle indagini chiesto dagli avvocati di parte civile, ad isolare la voce di due persone sconosciute che, non si sa a quale titolo, erano presenti, quella sera nell’abitazione dei Ciontoli. Sono complessivamente sei parole dalle quali si evince che i due sconosciuti avrebbero suggerito, come comportarsi e cosa dire, a Federico Ciontoli, il primogenito di Antonio nonchè fratello di Martina, fidanzata di Marco. Per il processo di revisione in Corte d’Appello, disposto dalla Suprema Corte di Cassazione ed iniziato l’8 luglio scorso è un autentico colpo di scena, che non fa che avvalorare quanto abbiamo sostenuto: i tanti vuoti riscontrati in fase istruttoria, con indagini a dir poco lacunose che hanno indotto, mesi fa, il Ministro della Giustizia, Bonafede ad avviare un procedimento displinare nei confronti del pm di Civitavecchia, Alessandra D’Amore, responsabile di un ‘istruttoria, che negò, tra l’altro, al generale Luciano Garofano, già comandante dei Ris ed attuale consulente della famiglia Vannini, l’accesso nella villetta Ciontoli, per effettuare i rilievi del caso.

Non c’è dubbio che dalla attribuzione delle due voci maschili ad altrettanti personaggi, sino ad oggi completamente estranei al processo, dipenderanno esiti giudiziari inimmaginabili, destinati ad aggravare ulteriormente la posizione degli imputati ed in particolare di Antonio Ciontoli, che come ha scritto la Cassazione, con il suo comportamento omissivo, ha prolungato, sino alla morte l’agonia di Marco Vannini, impedendo che si salvasse!

Romano Tripodi

Dov’è finita l’Arma dei Federici, Favara, Borruso, Gallitelli???

Apprendiamo in queste ore che i sette carabinieri della caserma Levante arrestati a Piacenza per traffico di stupefacenti, estorsioni, torture e che probabilmente saranno rinviati a giudizio per associazione a delinquere di stampo mafioso, ricevettero nel 2018 un encomio solenne per il loro impegno sul campo contro quella malavita organizzata, cui erano probabilmente già da allora complici. Una vicenda che non ha precedenti nella storia dell’Arma ma che costituisce qualcosa di più di un semplice campanello d’allarme. Si ha l’impressione che nel reclutare la bassa forza dell’Arma si siano ignorati anche i controlli più elementari, che si siano ignorati i trascorsi giovanili e le radici familiari. In altre parole che nell’Arma si siano aperte porte e finestre a chi dell’Arma non era degno e che comunque vi si era arruollato per avere un impiego come un altro, quel posto fisso e quello stipendio che in periodi di crisi era e continua ad essere il più ambito dei traguardi.

Tornando al caso Piacenza ci domandiamo come sia stato possibile che il Comandante Provinciale, sostituito in queste ore; o i diretti superiori dei sette carabinieri corrotti di stanza nella caserma Levante, da alcuni giorni sotto sequestro per ordine della Procura, ignorassero l’alto tenore di vita dei militari, uno dei quali poteva concedersi, con uno stipendio di 1300 euro al mese, una villa con piscina e molteplici conti in altrettanti istituti di credito.!

E pur ammettendo che qualche sospetto sia sorto sul comportamento di questa associazione a delinquere in divisa, ci chiediamo perchè non si sia provveduto a trasferirli altrove in attesa di vedere concluse le indagini della Guardia di Finanza e della Procura di Piacenza. E non valga come banale scusante la mancanza, in altre Stazioni dell’Arma, di appartamenti di servizio, senza i quali, i “poveri” carabinieri avrebbero avuto difficoltà a sopravvivere.!

Su questo blog ho scritto il 12 novembre 2016, giorno della sua prematura scomparsa, un ricordo del generale di Corpo d’Armata, Corrado Borruso, cui mi legava una solida e discreta amicizia. Ebbene non passa giorno che quell’articolo non sia letto da qualcuno e tanta attenzione vorrà pur dire qualcosa!.Con Corrado Borruso, che fu Comandante provinciale a Reggio Calabria, prima e successivamente Capo di Stato Maggiore e po Vice Comandante Generale dell’Arma, la Benemerita perdeva, quattro anni fa, uno dei suoi Comandanti più preparati, più impegnati nel far rispettare la legalità e soprattutto sempre attento al comportamento dei suoi subalterni.

Un modus operandi che accomuna Corrado Borruso ad altri pari grado quali i generali Baldo Favara e Leonardo Gallitelli, che dell’Arma è stato per circa sei anni il prestigioso Comandante Generale, nel solco tracciato dall’indimenticabile Federici. Ma a questo elenco vogliamo aggiungere anche il generale Leonardo Rotondi, che è stato Comandante provinciale dell’Arma a Latina e che ha avuto un grande merito, non sempre riconosciuto: controllare di persona il territorio , le Stazioni ed i rispettivi comandanti, quel controllo che alla Levante di Piacenza è del tutto mancato!

Romano Tripodi

Dalla movida romana a Capri esportando il corona virus

CAPRI-Sono risultati positivi da covid19 quattro degli otto ragazzi romani che sono rientrati lunedì nella capitale dopo aver trascorso il fine settimana a Capri, ospiti di una casa famiglia. E tutto lascia pensare che il periodo di incubazione del corona virus sia iniziato proprio a Roma, dove gli assembramenti da movida imperversano a Trastevere, al Pigneto, a Ponte Milvio, in Prati, non escludendo le spiagge libere del litorale laziale. E’ altrettanto probabile che nessun componente di questa comitiva, che possiamo inserire tra gli esportatori da covid19, sia stato controllato allo sbarco a Marina Grande, e che le misure di sicurezza adottate proprio nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale dell’isola siano state, nei loro confronti, tardive o addirittura ignorate, compreso l’uso di mascherine in piazzetta.

Le indagini sanitarie scattate in queste ore a Capri dovranno valutare l’entità del “disastro” provocato dai ragazzi romani. Accertare quante e quali siano stati i coetanei avvicinati o frequentati; quali i locali, bar, pub, ristoranti in cui hanno trascorso periodi di tempo più o meno lunghi. Accertamenti che probabilmente si estenderanno ad una seconda località balneare della Campania in cui una delle ragazze contagiate avrebbe soggiornato prima di unirsi al resto della comitiva.

Un episodio la cui gravità va oltre lo specifico, che potrebbe incidere negativamente sull’andamento di una stagione turistica che dopo i lunghi mesi di isolamento era faticosamente ripresa a metà giugno, dando un po’ di sollievo ad albergatori e ristoratori e restituendo un po’ di slancio al mercato degli affitti di appartamenti e ville.

Romano Tripodi

Parte da Scilla, lo splendido borgo marinaro della Costa viola, la Riscoperta dell’Italia

Da alcuni giorni una splendida immagine di Scilla, l’antico borgo marinaro della Costa viola, campeggia a tutta pagina sul Corriere della Sera. Il teleobiettivo del fotografo, appostato sulla terrazza di San Giorgio, ha inquadrato dall’alto il Castello dei Ruffo, che per secoli ne furono i Principi, la parte alta di Marina Grande e la Chiesa di Amatrice. Questa l’immagine che TreniItalia, le FS dello Stato, hanno scelto per aiutarci a “Riscoprire l’Italia”, in una stagione a dir poco difficile, segnata dalla tragedia del Covid19, che ha inferto un colpo durissimo al Turismo ed all’Economia in genere. Aver scelto Scilla come testimonial di una campagna pubblicitaria così importante è indubbiamente motivo d’orgoglio per la gente del Sud ma non sorprende quanti a Scilla hanno vissuto sin dalla prima infanzia ed hanno continuato per decenni ad amarla, condividendone la bellezza del mare, la suggestione di un paesaggio unico al mondo, la vita, allora semplice, con le famiglie dei pescatori, Carratello in primis, che l’abitavano e che sino agli anni ’70 hanno costituito il dna di questo borgo che sembrava fermo nel tempo, avulso da ogni idea di sviluppo. Ma, a partire dalla metà degli anni Settanta, quasi per magia, Scilla, che Ercole Luigi Morselli, cantò nella sua drammaturgia, cominciò a scuotersi da una sorta di torpore atavico, che aveva tuttavia avuto il pregio di salvaguardarla da quelle colate di cemento che avevano cominciato a deturpare altri mari ed altre spiagge del Bel Paese. Con la terra di riporto ricavata dai lavoro di scavo del doppio binario, nel tratto Bagnara-Scilla- Villa San Giovanni, l’antica Via Marina, che si estendeva per circa un chilometro, scorrendo parallelamente ed in basso rispetto alla Via Nazionale, cominciò a prendere forma e animarsi ospitando ristoranti, bar, i primi pub ed i primi stabilimenti balneari, sino a qualche anno prima, decisamente inimmaginabili. Ma il vero salto di qualità verso un turismo ecocompatibile, venne compiuto con la trasformazione radicale di Chianalea, l’antico e suggestivo borgo di pescatori, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Le casette povere dei pescatori, nelle quali abbiamo avuto occasione di dormire da ragazzi, con le finestrelle affacciate sul mare e le discese in pietra per tirare a secco le barche nei periodi invernali, diventarono ridenti bed&breakfast, con vista mare o addirittura sul mare, ristoranti su terrazze a mare con vista sulle isole Eolie e gran parte della Costa Viola, e qualche anno più tardi, alberghi a quattro stelle. Una trasformazione che nulla aveva della rivoluzione perchè chi l’aveva compiuta era stato capace di salvaguardare la Natura, che di Scilla resta il bene più prezioso, e lo sviluppo turistico. Un cammino non senza difficoltà come quelle incontrate dai solitari imprenditori che , sfidando la malavita locale, erano riusciti a costruire i primi residence. Storica l’impresa compiuta con grande coraggio da Amedeo Matacena, che lasciata momentaneamente Messina ed i suoi aliscafi, aveva deciso di trasformare la vecchia osteria di Matteo, in un complesso di appartamentini su Marina Grande. Oggi Scilla è famosa nel mondo e credo che siano decisamente pochi coloro che non sappiano dove si trovi, domanda che da ragazzo mi sentivo ripetere con offensiva cantilena!

Romano Tripodi

Le dune di Sabaudia alla mercè dei vandali e del rischio di contagi

Altro che rispetto e salvaguardia della Natura. A Sabaudia, in questo inizio di stagione che nei fine-settimana già registra l’assalto all’arma bianca dei pendolari del “mordi e fuggi”, evidenziamo un altro fenomeno, non meno grave: la scalata alle Dune del Quaternario di chi, per eludere qualsiasi forma di controllo o semplicemente evitare di sborsare qualche euro per raggiungere il mare servendosi delle passerelle a ridosso di chioschi e stabilimenti, si arrampica letteralmente sulle dune con ombrelloni, sdraio e bambini al seguito. Nuclei di vandali, in prevalenza provenienti dall’interland, insensibili al danno che il loro calpestio, accentuato dal peso delle masserizie, provoca all’ambiente dunale, già impoverito in questi ultimi venti anni, dalle mareggiate e dall’assenza di un progetto tecnico in grado di creare una barriera protettiva, ecocompatibile, che impedisca in un giorno non troppo lontano, la scomparsa definitiva di questo bene prezioso. Ma evitando le passerelle gli arrampicatori dunali finiscono per mettere a rischio di contagio da corona virus tutti quei bagnanti che se li troveranno vicini di lettino, di ombrellone e di sdraio “fai da te” e naturalmente sprovvisti di mascherina come erano quei ragazzi che abbiamo visto stamane in piena azione, grazie anche alla assenza di adeguati controlli, mai come in questa stagione indispensabili per evitare che a pagare per la barbarie degli altri siano quei residenti e turisti che hanno fatto del rispetto delle regole sanitarie il loro credo con risultati decisamente lusinghieri.

Romano Tripodi

Bulgari a fianco di Oxford contro il Covid19

LONDRA. Bulgari, il brand per antonomasia del lusso, non è stato a guardare. Tre giorni fa è diventato partner a tutti gli effetti dell’Università di Oxford nella lotta al Covid19. Non si limiterà a concedere borse di studio, sotto forma di donazioni milionarie, ma fornirà ai ricercatori inglesi, guidati dalla professoressa Sarah Gilbert, le apparecchiature ed attrezzature scientifiche indispensabili alla realizzazione del vaccino. Una collaborazione che proseguirà negli anni a venire con un duplice intento: impedire la fuga di cervelli e fare in modo che i giovani specializzandi siano motivati a rimanere ad Oxford ed essere parte integrante di una ricerca che dovrà rivolgersi, a 360 gradi, ad ogni forma di pandemia che possa verificarsi in futuro. Ad annunciare l’intesa, di portata storica, sono stati Jean Christophe Babin, presidente ed amministratore delegato di Bulgari e la professoressa Sarah Gilbert, docente di Vaccinologia presso la Oxford University, nonchè capo delle equipe di ricercatori inglesi impegnati nella creazione, peraltro già in fase avanzata, del vaccino anti-covid19. E sempre a Bulgari si deve la creazione di una vera e propria Bulgari Scholarship, in altre parole l’impegno a finanziare per anni quei ricercatori particolarmente dotati, in grado di contribuire concretamente non soltanto a contrastare l’attuale pandemia ma anche quelle che dovessero verificarsi in futuro, dotandoli di ogni mezzo per prevenirle. In base all’accordo con Oxford Bulgari ha sospeso la produzione dei suoi profumi puntando sulla creazione di igienizzanti per le mani riservati a tutto il personale sanitario impegnato in prima persona nei reparti covid-19 e nelle sale di terapia intensiva per i malati a rischio. Il brand del lusso non ha dimenticato lo Spallanzani. All’ospedale romano che tante vite ha salvato in questi mesi ha donato un modernissimo microscopio 3d ad alta definizione.

Romano Tripodi

Louise Richardson, il Rettore di Oxford, esperta di terrorismo che sconfiggerà il corona virus

LONDRA- Da una settimana circa sono iniziate nei laboratori inglesi le sperimentazioni sull’Uomo del Vaccino anti-Covid19, sviluppato dai ricercatori dello Jenner Institute e dell’ “Oxford Vaccine Centre’s Covid19-Vaccine Trials” guidato dalla professoressa Sarah Gilbert, coadiuvata dal professor Andrew Pollard, dalle professoresse Teresa Lambe e Catherine Green,dal professor Adrian Hill e dalla dottoressa, Sandy Douglas. A seguire personalmente la ricerca è Louise Richardson, prima Donna Rettore negli oltre 800 anni di storia della Oxford University. Premiata, quattro anni fa, come Donna dell’Anno, nell’ambito del Premio internazionale “Pavoncella alla creatività femminile”, ideato ed organizzato da Francesca d’Oriano, Louise Richardson, che avemmo il piacere di incontrare nel suo studio, proprio ad Oxford, latori, insieme a Francesca d’Oriano e Marco De Rosa, del prestigioso riconoscimento che le era stato assegnato a Sabaudia, è considerata tra i più preparati studiosi ed esperti di sicurezza mondiale e di terrorismo internazionale, argomenti che furono affrontati nella indimenticabile lectio magistralis tenuta in videoconferenza da Oxford in occasione della sesta edizione del Pavoncella. E la Ricerca non poteva avere, in questa autentica battaglia contro il Corona virus, una protagonista più determinata ed agguerrita. Dopo aver tenuto a battesimo la sperimentazione clinica del Vaccino anticovid19 e da una settimana la sperimentazione del vaccino-candidato sull’Uomo, Louise Richardson ha un altro motivo per dichirarasi soddisfatta. Giorni fa l’Università di Oxford ha comunicato il raggiunto accordo con la multinazionale biofarmaceutica AstraZeneca per sviluppare e produrre su larga scala, per l’eventuale distribuzione, su scala mondiale, del vaccino attualmente sperimentato dall’Ateneo inglese.
“AL pari di tutti i colleghi di Oxford sono profondamente orgogliosa del lavoro sin qui svolto dai nostri talentuosi accademici dello Jenner Institute e dell’Oxford Vaccine Group. Essi rappresentano il meglio della tradizione per quanto riguarda la ricerca, l’insegnamento ed il contributo dato al mondo che ci circonda. Questa è stata del resto, nei secoli, la tradizione della nostra Università ed oggi, al pari di tutti i nostri connazionali, non possiamo far altro che augurare a questi ricercatori di sviluppare un vaccino realmente efficace. Se ci riusciranno, l’unione con Astra Zeneca farà sì che sia gli Inglesi che l’intera comunità internazionale, soprattutto i popoli che vivono nei paesi a basso e medio reddito, possano venir difesi, al più presto possibile, da questo tremendo virus”, spiega Louise Richardson.
Romano Tripodi