Corona virus, il boom dei contagi raccontato da una prospettiva sbagliata

A leggere le cronache giornalistiche, che hanno spesso toni parossistici, un normale Lettore ha l’impressione che la variante Omicron del Corona virus, imperversi senza controllo sul territorio nazionale, aumentando a dismisura i contagi, quasi a creare una pandemia nella pandemia. In questo modo si dà un ulteriore contributo a quelle fake news che questa tragedia sociale, sanitaria ed umana ha contribuito ad alimentare. Partendo da un dato di fatto incontrovertibile: l’efficacia avuta dalle vaccinazioni nel diminuire drasticamente sia il tasso dei contagi che il livello di mortalità, dobbiamo dire con altrettanta chiarezza che il boom dei contagi registrato nelle ultime settimane è figlio della Paura che ha indotto decine di migliaia di persone, a sottoporsi a quei controlli che avevano eluso per meri atteggiamenti ideologici o perchè non ritenuti consoni ad una sorta di “SuperIo”alla casareccia. Tra quanti, ad iniziare dai primi di cembre 2021, hanno cominciato ad ingrossare le file davanti a farmacie e parafarmacie, ci sono in prevalenza, due categorie di persone: i giovani ed i quarantenni e cinquantenni. Tutte persone che senza necessariamente appartenere alla etichettata categoria dei “no vax” dallo scoppio della pandemia ad oggi, vale a dire in questi ultimi due anni e mezzo, si sono guardati bene dal farsi un tampone presso i centri di assistenza, i cosiddetti Hub, allestiti dalle Asl e tantomeno di sottoporsi ad una prima vaccinazione di rito. Ed è evidente che molte di queste persone, siano risultate positive accrescendo il numero dei contagi di cui, senza saperlo, erano probabilmente portatori sani, da tempo, e ben prima che la variante Omicron, facesse la sua minacciosa comparsa nel Bel Paese.

Romano Tripodi

Il mio incontro con Pupetta Maresca negli studios della Romana Film di Fortunato Misiano

Non ho mai saputo perchè Fortunato Misiano abbia voluto che ad immortalare l’esordio cinematografico di Pupetta Maresca, negli uffici della Romana Film, la sua casa di produzione, fosse l’Associated Press, la grande agenzia di stampa americana che mi aveva assunto come picture editor nel 1961 della redazione esteri e che di camorra non si era mai occupata. Ma nella vita e nel lavoro è spesso la casualità a muovere le fila. Fatto sta che all’appuntamento concessoci in esclusiva da Misiano, negli studi di via Asmara, cuore del Quartiere Africano, ci presentammo in due, il sottoscritto, che allora aveva poco più di venti anni e Jim Pringle, uno dei grandi fotoreporter dell’Ap, irlandese purosangue, che conclusa la guerra di Corea e lasciata la sede centrale di Rockfeller Plaza, a New York, era stato trasferito a Roma per immortalare con la sua Nikon il Papa ed occuparsi dei grandi divi, in maggioranza americani, che avevano iniziato ad arricchire con la loro presenza e le loro partecipazioni, il pianeta Cinecittà. Ed era proprio questo il motivo che aveva indotto Jim, ad accompagnarmi alla Romana Film. Era il 1967. Due anni prima Pupetta Maresca era uscita dal carcere di Poggioreale dopo aver scontato dieci dei tredici anni che la Corte D’assise di Napoli le aveva inflitto per aver ucciso, scaricandogli addosso l’intero caricatore della sua Smith&Wesson, Antonio Esposito, che riteneva il mandante dell’assassinio del marito Pasquale Simonetti, detto Pasqualone e’Nola, uno dei boss della camorra napoletana. Nel nostro colloquio, Misiano che era riuscito a convincere Pupetta Maresca a girare “Delitto a Posillipo”, film diretto da Renato Parravicini, non nascose la legittima soddisfazione per quello che riteneva un vero e proprio “scoop” cinematografico. Unica condizione postaci che non avremmo dovuto rivolgere domande “personali” alla protagonista. Qualche minuto d’attesa ed apparve Pupetta. Per cambiarsi d’abito aveva avuto a disposizione una piccola stanza della Romana Film e lì la “sorprese” Jim Pringle, intenta a cambiarsi una calza scucita. Della diva, tan tomeno di quelle autentiche bellezze che il mio amico e collega irlandese, compagno da alcuni anni di Tamara Lee, non aveva assolutamente nulla. Piccola, fisico minuto, senza un filo di trucco, Pupetta, che aveva allora 33 anni, non sfondava, come allora come oggi si usa dire, l’obiettivo. Di lei cogliemmo una innata dolcezza, così distante dallo stereotipo, che i media, per anni le avrebbero affibbiato indicandola come la donna della camorra per antonomasia, la vendicatrice spietata di Pasqualone e’Nola sposa di Ammaturo, altro boss della camorra. Dal punto di vista di Jim fu un incontro un po’ deludente e questo forse spiega perchè delle immagini da lui scattate si perse presto memoria e non ricordo, a distanza di tanti anni, se vennero distrib uite o meno agli abbonati dal ricco servizio fotografico internazionale dell’Associated Press. Ma anche il film “Delitto a Posillipo” non ebbe molta fortuna. Osteggiato dalla grande distribuzione fu proiettato in centri minori segnando l’inizio e la fine della carriera cinematografica di Pupetta Maresca.

Romano Tripodi

Il ventre molle del super greenpass: i controlli

Nel varare ieri in Consiglio dei Ministri il super green pass che andrà in vigore dal 6 dicembre al 15 gennaio Mario Draghi è stato chiaro: la misura, essenziale per garantire a tutto il Paese ed agli Italiani, novax compresi, un Natale “normale”, non potrà in alcun modo prescindere da CONTROLLI ADEGUATI.Un concetto che il nostro Presidente del Consiglio ha ripetuto, anche in conferenza stampa, chiamando direttamente in causa, il Viminale ed il suo titolare, la Ministra Lamorgese di cui la Lega ed in particolare il suo leader, Salvini continuano a sollecitare le dimissioni rimproverandole, da sempre, il fallimento della politica migratoria e più di recente l’assalto dei no vax alla sede nazionale della Cgil, a Roma, l’incapacità a gestire più genericamente l’ordine pubblico e la piazza, nelle proteste, spesso violente dei cosiddetti negazionisti. All’invito di Draghi la ministra ha risposto mettendo, come si suol dire, “le mani avanti”. Ha ricordato i molteplici impegni cui sono chiamate le Forze dell’Ordine, Polizia di Stato e Carabinieri, nel quotidiano controllo del territorio; ha ripetuto l’abusato mantra della loro storica insufficienza numerica, ed ha conseguentemente ammesso come possa diventare problematico sottrarre organici copiosi ai controlli sollecitati dal Governo per fare in modo che il super green pass non si limiti ad essere un mero esercizio di retorica verbale, soprattutto nelle aree più periferiche della penisola. In queste ore ci ritorna a mente una vicenda che abbiamo vissuto da vicino: il controllo, previsto dalla misure anticovid, delle migliaia di lavoratori indiani, in gran parte di etnia sikh, che vivono nell’Agro Pontino. Nonostante l’impegno delle forze dell’ordine locali non ci risulta che quei controlli siano riusciti a raggiungere anche le centinaia di clandestini da subito sfuggiti ad essi e rifugiatisi nelle campagne circostanti, forti della connivenza dei connazionali. E non è forse un caso che proprio in questi giorni, proprio a Sabaudia dove è più folta la comunità indiana, si stia registrando un aumento dei casi di corona virus che sino ad alcune settimane fa erano praticamente ridotti a zero.

Ma è ai Prefetti

, per rendere validi gli effetti normalizzanti del super greenpass, che Draghi chiede il il massimo sforzo. Saranno loro, in sede di Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, a predisporre e gestire i controlli, dandone puntuale comunicazione sia al Viminale che a Palazzo Chigi. ma noi siamo convinti che i più validi difensori del super greenpass saranno, come è già accaduto per le vaccinazioni, gli Italiani, imprenditori in primis. Albergatori, ristoratori, proprietari e gestori di bar, in altre parole i titolari di tutte quelle attività in cui non si potrà accedere senza il lasciapassare, faranno di tutto per far rispettare la legge, garanti della loro salute e della loro sopravvivenza economica e commerciale.

Romano Tripodi

La Fiaba come cura

“La Fiaba come cura”, è il tema dell’incontro promosso dall’Associazione culturale no-profit “Medicina e Frontiere” e dal suo presidente, Michele Guarino, in programma il 6 novembre 2021, con inizio alle ore 17.00, presso l’Aula Magna Celimontana di via Bezzeca, a Roma. E non è un caso che l’evento segni l’esordio nella letteratura per l’infanzia di Grazia Maria Mantelli, con il suo “Il mondo di Effepi”, scritto in piena pandemia con l’intento di essere in qualche modo vicina, con i suoi racconti, a quel mondo di bambini che hanno dovuto fare i conti con uno scompagimento, spesso inconscio, della loro realtà. E di come le fiabe possano oggi costituire e alimentare, proprio in epoca di corona virus, se raccontate con metafore o parole nuove , confortanti emozioni, parleranno, insieme all’Autrice, la senatrice e psichiatra infantile, Paola Binetti, di cui ricordiamo gli approfonditi studi sull’Autismo; Rosa Bruni Counselor psicologico per studenti universitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Raffaella Esposito, filosofa, docente universitario presso il Campus Biomedico di Roma; Piera Cavaglia, architetto, insegnante di public speaking ed espressioni formative nella scuola primaria e Massimo Ciccozzi, epidemiologo di indiscussa professionalità e fama del Campus Biomedico. A moderare l’incontro sarà Isabella Di Chio, giornalista Rai e volto popolare del TgR quale inviata speciale e conduttrice.

“Il mondo di Effepi” di Grazia Maria Mantelli, (Infinito Edizioni), che ha per protagonisti due fratellini ed un bassotto, popola un piccolo pianeta in cui la fantasia si coniuga con l’inventiva e che al fascino della favola unisce piccoli squarci di vita quotidiana. Bambini che, come vuole dimostrare il convegno promosso da “Medicina e Frontiere”, grazie ai racconti di nonni e genitori, imparano a gestire meglio l’ansia e , quindi, ad avere ragione anche della pandemia da cui sembra non possano considerarsi immuni. Ad impreziosire i racconti di Grazia Maria Mantelli, animandone le gesta dei piccoli protagonisti i bei disegni di Silvia Ciotti.

di Romano Tripodi

Prevenzione e sicurezza, nei disordini neofascisti di Roma sono state soltanto vuote parole

Poliziotti in balia dei dimostranti, violenze neofasciste senza precedenti con l’attacco frontale alla sede nazionale della Cgil. La capitale d’Italia costretta alla resa per l’assoluta carenza di un piano di prevenzione, capace di garantire quella sicurezza di prossimità di cui da anni si parla. Un quadro a dir poco allarmante che avrebbe dovuto indurre il Ministro degli Interni, Lamorgese, ad assumersi la piena responsabilità di quanto accaduto presentando, immediatamente, le sue dimissioni, quale numero uno del Viminale, di quel Dicastero cioè che mai come oggi, ha dimostrato una assoluta impreparazione ed una ancor più accentuata assenza di “intelligence” e quindi di collegamento con quei Servizi che pur avrebbero dovuto sapere qualcosa su quello che Forza Nuova, all’insegna del no-vax e no al green-pass, stava tramando alle spalle e sulla pelle della maggioranza silenziosa e delle forze dell’ordine, dimostratesi assolutamente inadeguate a fronteggiare gli attacchi e gli assalti della piazza. E vedere poliziotti subire quasi impotenti le aggressioni violente della folla, sobillata dai capi di Forza Nuova o da anonimi infiltrati, ci pone interrogativi legittimi sulla loro preparazione, su chi e come la gestisca. Ed a questo proposito mi ritorna alla mente il racconto di un ispettore di polizia, compagno di viaggio in una carrozza dell’intercity Roma-Milano. Parlando del più e del meno gli chiesi quale fosse il livello di preparazione. La risposta, schietta ed amara, mi lasciò di stucco. “Caro amico, le esercitazioni di tiro le facciamo al mare. Mi spiego, il nostro bersaglio è l’acqua, contro cui dobbiamo aprire il fuoco e svuotare i caricatori!>. Voglio sperare che non sia più così mentre il ministro Lamorgese, che qualcosa avrebbe pur dovuto sapere in anticipo, chiede ai funzionari del Viminale un dettagliato rapporto su quello che è accaduto sabato scorso a Roma, alla ricerca di eventuali capri espiatori. In altre parole voleranno,come sempre, solo gli stracci.

Romano Tripodi

COVID 19, TRA LE OMBRE DEL PRESENTE ED UN FUTURO DI LUCE CHE GIA’ SI INTRAVVEDE


Massimo Ciccozzi, Antonio Cassano e Paola Binetti. Ovvero fatti e non vuote parole negli interventi dei tre relatori che hanno animato il seminario organizzato da Medicina e Frontiere all’Auditorium Celimontano. A moderare l’incontro il giornalista e conduttore televisivo, Tiberio Timperi


Da oggi ne sappiamo decisamente di più su questa Pandemia che ci ha sconvolto ed alla quale siamo giunti decisamente impreparati sul piano organizzativo e sanitario.. Ed a fare luce su questa tragedia, offrendo ciascuno un contributo importante non solo scientifico ma anche umano ed etico, sono stati due autentici luminari che, nei loro interventi, hanno avuto un doppio merito: quello di farsi capire, parlando al cuore ed alla mente dei presenti, addetti ai lavori e no: il professore Massimo Ciccozzi, Ordinario di Statistica Medica ed Epidemiologica del Campus Bio Medico di Roma, ed il Professor Antonio Cassone, docente di Microbiologia Medica presso l’Università di Perugia e Visiting Professor presso l’Imperial College di Londra. A concludere, la senatrice e neuropsichiatra infantile, Paola Binetti che ricordando e rifacendosi all’appello di Papa Francesco, ha auspicato che il vaccino anti Covid, possa diventare patrimonio dell’ Umanità e quindi  di quei Paesi e Popoli,  che vivendo in povertà ed in estrema indigenza, rischiano di pagare un prezzo altissimo in termini di mortalità.
Massimo Ciccozzi, che è stato tra i primi ricercatori al mondo a dimostrare il passaggio del corona virus- il Sars Cov2- dal pipistrello all’uomo e che i media hanno definito, non senza una punta di ironia, il “cacciatore di varianti”, non ha nascosto, nel suo intervento, come la strada, per aver ragione definitivamente della pandemia, sia ancora lunga e come proprio delle tante mutazioni del virus, si sappia  poco. In altre parole ci ha detto, con schiettezza oggi rara, che il corona virus, continuerà ad essere un abituale frequentatore dell’organismo , perdendo grazie al vaccino, inoculato con frequenza annuale, come avviene per altre patologie, la carica aggressiva che oggi lo caratterizza. E sempre a proposito di mutazioni, ha aggiunto lo scienziato, impegnato a collaborare sul tema con altri prestigiosi virologi, quali gli americani Robert Gallo e David Zella , è come “compiere un percorso a ritroso nel tempo” e questo ne rende oggi difficile il tracciamento. Ecco perchè non possiamo dIre con certezza che tutto sia scaturito, in termini epidemiologici, da quel Paziente Zero della Lombardia e non invece sposare la tesi che a quel Paziente Zero il corona virus, sia stato trasmesso non già dai due cinesi curati allo Spallanzani ma da persone che avevano contratto il covid in Germania o durante le loro vacanze in Alto Adige.
A dissipare parte delle ombre tratteggiate, senza infingimenti televisivi, dal professor Ciccozzi, ha indubbiamente contribuito il professor Antonio Cassone, non soltanto per le cose che ci ha detto ma per la lievità con la quale le ha dette. Partendo dalla garanzia, in materia di difesa immunologica, offerta dai vaccini e soprattutto dalla loro sicurezza ed efficacia. Vaccini alla cui produzione si è giunti non certamente per caso ma grazie – e questo vale soprattutto per Astrazeneca- a ricerche e studi che risalgono a quasi venti anni fa, quando si manifestò l’epidemia da Ebola. Ma l’impresa, in materia di velocità sorprendente di produzione, non sarebbe stata possibile senza la sofisticata tecnologia di cui la Scienza e la Medicina oggi dispongono. Armi fondamentali nella lotta al Covid, capace di farci giungere a quella immunità da gregge,  che resta l’obiettivo di fondo delle vaccinazioni. Su sollecitazione di Tiberio Timperi, il professor Cassone, si è infine soffermato sulla diversità in materia di costo dei diversi vaccini. Ha spiegato come Astrazeneca, forte delle esperienze acquisite negli ultimi quindici anni in questo campo, sia stata in grado di produrre il suo vaccino ad un costo decisamente basso, costo cui ha influito la decisione della grande industria farmaceutica di produrre il vaccino praticamente senza guadagnarci un so,lo euro,a costo vivo di produzione. Una scelta che non si ripercuote negativamente in alcun modo sulla efficacia del vaccino. L’Astrazeneca, al pari, di Pfeizer, Moderna, e Johnson, è sicuro ed efficace. E vaccinarsi significa dotare il nostro organismo di capacità immunitarie che faranno da barriera insuperabile al covid.

Romano Tripodi

Omicidio Vannini, per i Ciontoli si aprono le porte del carcere

Questa volta ha vinto la Giustizia, quella vera che non accetta condizionamenti e pressioni di parte. La quinta sezione della Suprema Corte di Cassazione, accogliendo in toto le richieste del Pubblico Ministero, ha riconosciuto Antonio Ciontoli, la moglie Maria Pezzillo, i figli Martina e Federico, colpevoli dell’omicidio di Marco Vannini, morto, nella notte tra il 17 e 18 maggio del 2018, nella villetta di Ladispoli, confermando la sentenza pronunciata dalla Corte D’Appello bis e le relative condanne: quattordici anni ad Antonio Ciontoli, nove anni e quattro mesi di reclusione alla moglie ed ai due figli. Per tutti gli imputati, riconosciuti colpevoli di omicidio volontario, si apriranno ora le porte del carcere, essendo ormai esauriti tutti i gradi di giudizio. Impensabile ed improcedibile, proprio per il ruolo avuto dalla Cassazione nel rendere giustizia a Marco Vannini ed ai suoi genitori, che si possa ipotizzare una eventuale revisione del processo. Ed oggi, nell’aula Giallombardo, il Pg , nella sua arringa definitiva, ha escluso anche quell’attenuazione della pena su cui contavano gli avvocati della difesa. “Mentirono tutti, Antonio Ciontoli, la moglie ed i figli”, tutti complici di un unico disegno criminoso. Ritardarono, complici, i soccorsi, quei soccorsi che se fossero stati tempestivi avrebbero potuto salvare Marco Vannini. Assistettero insensibili alla sua agonia, preoccupati esclusivamente di salvaguardare i propri interessi, dimentichi della sorte di quel ragazzo che avrebbero dovuto difendere.

La sentenza bis della Cassazione sconfessa ancora una volta quella pronunciata in prima istanza dalla Corte di Appello che aveva ritenuto Antonio Ciontoli colpevole “soltanto” di omicidio colposo, condannandolo a cinque anni di reclusione, una pena irrisoria, che aveva provocato la reazione corale dell’opinione pubblica ed accentuato il dolore, che resterà sempre profondo e vivo, dei genitori di Marco Vannini, che alla Giustizia, quella con la G maiuscola, hanno sempre creduto!

Romano Tripodi

Quell’incontro con Milva nella bella casa che aveva acquistato per i suoi genitori a Leinì ed in cui amava rifugiarsi per godere dei suoi “Spazzapan”

Di Milva, la cantante dalla voce inconfondibile, capace come poche di coniugare Musica e Teatro, parleranno e scriveranno in queste ore, per renderLe giusto omaggio altri colleghi che ebbero modo di seguirla, per quindici edizioni, sul palcoscenico di Sanremo o applaudirla nei suoi indimenticabili recital al Piccolo di Milano, per la regia di Giorgio Strehler, cantrice unica della poesia di Brecht. Ai miei Lettori, che bontà loro mi seguono ormai da anni, su questo blog, sorta di diario per i naviganti, alla scoperta e riproposizione di eventi inediti e quanto mai personali, legati al mio vissuto di giornalista e spesso mai resi pubblici, voglio ricordare e riproporre quel lontano incontro con la “Pantera di Goro”. Milva, che era allora quasi irraggiungibile per i giornalisti, gelosa giustamente della sua privacy, alla mia richiesta di un’intervista, che sarebbe stata corredata da un ampio servizio fotografico, mi dette appuntamento a Leinì, il piccolo centro a pochi chilometri da Torino, in cui abitavano i genitori. Per loro aveva fatto costruire una piccola ma deliziosa villetta in cui amava rifugiarsi tra una tourneè e l’altra ed in cui era solita concentrarsi prima di incidere i suoi dischi. Raggiunta in treno Torino proseguimmo in taxi per Leinì. Ad immortalare con le immagini quell’incontro sarebbe stato Carlo Maria Garacci, con il quale avevo già condiviso altre esperienze giornalistiche. Ad accoglierci fu proprio Milva che dopo averci presentato ai genitori, ci precedette nell’ampio salone della casa. Vi spiccava, al centro, uno splendido pianoforte a coda, ma a colpirci furono i quadri che ornavano le pareti. E, furono proprio quei quadri, a creare da subito, quel “feeling” senza il quale qualsiasi intervista è destinata a rimanere incolore. Intuimmo che a quei quadri Milva era particolarmente legata, che li considerava una sorta di piccolo, grande “tesoro”, che la cantante dalla splendida chioma rossa, aveva scoperto. L’autore di quei dipinti era infatti Luigi Spazzapan, un pittore scomparso qualche anno prima, e che, con colpevole ritardo, la critica accreditata a vrebbe annoverato fra gli artisti italiani più originali ed interessanti della seconda metà del Novecento. E noi che avevamo raggiunto, Carlo ed il sottoscritto ,Leinì, sicuri che avremmo parlato con la splendida padrona di casa soprattutto di dischi, canzoni, recital teatrali, finimmo per parlare di Spazzapan, quel pittore che Milva aveva scoperto e di quei quadri di cui andava giustamente orgogliosa. Martina Corgnati, la figlia di Milva, è oggi una delle più apprezzate critiche d’arte, un dna che credo abbia ereditato dalla indimenticabile Pantera di Goro.

Romano Tripodi

Vaccinatori sì, ma senza pensione! E’ la condizione imposta ai medici

Incredibile ma vero! Se un medico in pensione, primari compresi, dovesse decidere per mero senso civico e spinto da umana solidarietà a dare un contributo attivo alla lotta al corona virus, come Vaccinatore, dovrebbe rinunciare alla pensione in cambio di un onorario decisamente inferiore alla stessa pensione. Ma non basta. Quello stesso medico sarebbe tenuto a sottoscrivere una nuova assicurazione e sbrigare, naturalmente a sue spese, alcune pratiche burocratiche. Non sappiamo quale cervello e quale dei tanti dirigenti della martoriata sanità italiana possa aver partorito una idea del genere che oltre a cozzare contro la logica viene a minare, profondamente, quel programma di reclutamento, su base di mero volontariato, di sanitari, da impegnare giorno e notte in una sempre più massiccia campagna di vaccinazione che dovrebbe riguardare, entro settembre 2021, almeno l’85 per cento dell’intera popolazione italiana, minori compresi. Non sfugge a nessuno, o almeno lo si spera, che per rispettare i tempi indicati dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal ministro della Salute, Speranza, l’apporto dei medici in pensione, è se non determinante almeno importante! Sappiamo tutti che le tante difficoltà incontrate dalla nostra macchina sanitaria, i ritardi accumulati sia sul piano strutturale che operativo, sono dipesi da mali endemici, primo fra tutti il taglio apportato negli ultimi dieci anni, proprio al personale, sanitario a partire dagli infermieri e dai medici specializzanti. Vuoti che non sono stati certamente colmati in pochi mesi e che , per quanto riguarda le vaccinazioni, potrebbero se non altro essere attenuati proprio dai medici in pensione, ma non certo “penalizzandoli” con quella rinuncia alla pensione, decisamente impensabile sia sul piano etico che normativo.

Provvedimento che contrasta peraltro anche con il recente e nuovo Decreto legge sul Covid che ha confermato la validità dello scudo penale, dai reati di lesioni personali colpose e omicidio colposo, per gli operatori sanitari che procedono alle vaccinazioni anti covid.

Romano Tripodi

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Da Bruxelles una bella notizia: il Ponte sullo stretto di Messina non si può fare!

Tra le grandi opere che potranno essere realizzate in Italia grazie ai 250 miliardi che entro il 2021 affluiranno da Bruxelles nelle casse del Tesoro italiano non ci sarà posto per l’agognato e sospirato Ponte sullo Stretto di Messina, già bocciato, con un semplice tratto di penna, nel febbraio 2013 dal governo Monti. Ad impedire, questa volta che il ponte a campata unica, che avrebbe dovuto unire la Calabria alla Sicilia, nel tratto Santa Trada-Ganzirri, possa essere realizzato è il fattore tempo. I progetti finanziati dal cosiddetto Recovery impongono una scadenza fissa: il 2026, troppo ravvicinata quindi per consentire al Ponte di vedere la luce che, nella migliore delle ipotesi ed escludendo gli scontati ritardi in corso d’opera, richiederebbe per la sua costruzione almeno sette anni. Stando così le cose c’è da chiedersi se non sia il caso di sciogliere la commissione insediata alcuni anni fa proprio al Ministero del Tesoro proprio per studiare la convenienza dell’opera che chi conosce la Calabria, i suoi mali endemici, tra i quali spicca una sanità allo sfascio, non ha mai considerato prioritaria. E’ vero invece che quei 350 milioni di euro previsti per la costruzione del Ponte-cifra decisamente in difetto- potrebbero essere impiegati proprio per restituire slancio, vitalità e speranza alla Calabria ed ai suoi figli, a cominciare dalle strutture sanitarie allo sbando o ridotte a fatiscenti cattedrali nel deserto. Ed all’emergenza sanitaria associamo, quella altrettanto drammatica, della rete autostradale e ferroviaria che investe soprattutto la Sicilia. Ci chiediamo che senso abbia sbarcare in tempi rapidi a Messina, sfrecciando sui tre chilometri di un ponte avveniristico, per poi trovarsi di fronte ad un imbuto autostradale ed a collegamenti ferroviari con il resto dell’isola con tempi di percorrenza decisamente risibili se non scandalosi.

Non c’è dubbio infine che la bocciatura del ponte avrà una ripercussione positiva anche sul sociale. Gratteri, il procuratore capo di Catanzaro, è impegnato da anni ad una lotta a tutto campo contro la malavita organizzata e la ‘ndrangheta, assottigliandone gli organici con centinaia di arresti e sequestrando i loro immensi patrimoni mobiliari ed immobiliari, accumulati grazie ad una sempre più stretta connivenza con i cosiddetti “colletti bianchi”. Il Ponte sullo Stretto avrebbe potuto trasformarsi nella classica gallina dalle uova d’oro proprio per i clan di San ,Luca, di Rosarno, Taurianova, Gioia Tauro, così come avvenne quaranta anni fa con il centro siderurgico di Gioia Tauro, mai realizzato, ma che servì ad arricchire le cosche che gestivano, in regime di monopolio, i mezzi del movimento terra ed il relativo indotto.

Romano Tripodi