La Guardia di Finanza rafforza la sua presenza in terra pontina

Grazie ad una generale riorganizzazione della Guardia di Finanza a livello nazionale, il Comando Provinciale di Latina, potenzia ulteriormente i propri reparti territoriali, così da garantire una più diffusa presenza delle Fiamme Gialle sull’intera area pontina, nello svolgimento della mission  di polizia economico-finanziaria, a tutela del bilancio pubblico, delle Regioni, degli Enti locali e dell’Unione Europea. Obiettivo primario accentuare la vicinanza al cittadino ed al tempo stesso garantirne la sicurezza, con una accresciuta presenza di uomini e mezzi. Nell’ambito di questa riorganizzazione viene rafforzato il comparto del Corpo del capoluogo con l’istituzione del Gruppo di Latina che andrà ad aggiungersi a quello già operante a Formia. Dal neo-costituito Gruppo dipenderanno anche i reparti di C isterna e Sabaudia, elevati dal rango di Brigata a quello di Tenenza. Ampliata la presenza delle Fiamme Gialle anche nel sud-pontino con l’istituzione della nuova Compagnia di Formia, con i “baschi verdi” specializzati nel contrasto ai traffici illeciti e nel concorso al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. Vengono inoltre innalzati a Tenenza anche i presidi territoriali di Ponza e Ventotene. L’intera attività operativa sarà coordinata in prima persona dagli Ufficiali Superiori nel grado di Tenente Colonnello, posti rispettivamente al comando del Gruppo di Latina- con competenza sulle dipendenti Compagnia di Latina e Terracina nonchè sulle Tenenze di Aprilia, Sabaudia e Cisterna di Latina, e del Gruppo di Formia, entrambi alle dirette dipendente del Comandante Provinciale, colonnello Michele Bosco.

Il contrasto ai reati di natura economica insieme ad una accresciuta attenzione alle problematiche legate all’attuale crisi, anche di natura sociale, cui la Provincia pontina non sfugge, sono l’obiettivo primario dell’impegno operativo dei nostri uomini, spiega il colonnello Bosco che in questi tre anni ha avuto modo di rendersi personalmente conto della necessità di contrastare i reati e garantire al tempo stesso il quieto vivere e la sicurezza dei cittadini onesti.

Romano Tripodi

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Processo Vannini, la giustizia (con la g minuscola) negata

Lo hanno fatto morire dissanguato, insensibili alle urla di dolore del ragazzo; hanno manipolato la scena del delitto, inquinato le prove e ritardato i soccorsi, sino a rendere inutile e tardivo sia l’intervento dell’ambulanza che dell’elicottero che avrebbe dovuto portare Marco Vannini al Gemelli per un estremo tentativo di salvarlo. Ma per la,  Corte d’Assise tutto questo era soltanto frutto di fantasia; di un quadro probatorio praticamente inesistente nonostante le testimonianze dell’accusa e le registrazioni esibite in giudizio. Non si spiega altrimenti la sentenza con la quale il tribunale ha oggi ridotto da 14 a 5 anni la pena comminata in prima istanza ad Antonio Ciontoli, il sottufficiale di Marina addetto ai servizi, che sparò, per ragioni ancor oggi misteriose al povero Marco e che ne seguì, ora per ora l’agonia, in quella maledetta sera del 18 maggio 2018. Ciontoli, principale imputato, è stato riconosciuto colpevole “soltanto” di omicidio colposo, in altre parole di avere “inavvertitamente” fatto fuoco sul ragazzo, nel bagno della villetta di Ladispoli in cui la tragedia si è consumata. Su tutto il resto i giudici, il presidente Antonio Calabria ed il giudice a latere Gianfranco De Cataldo, diventato famoso per i suoi libri e le sue sceneggiature noir, hanno steso un sudario, una pietra tombale che costituisce un affronto alla Giustizia, quella con la G maiuscola, che avrebbe dovuto proteggere Marco Vannini e la sua famiglia. Pene confermate ma sostanzialmente risibili per il resto della famiglia Ciontoli. La moglie Maria Pezzillo ed i figli Martina e Federico se la sono cavata con 3 anni di pena ma probabilmente non faranno un solo giorno di carcere. E le porte del carcere si apriranno quanto prima, sempre che si chiudano in queste ore alle sue spalle, anche per Antonio Ciontoli, l’uomo dei servizi che secondo il suo avvocato difensore non sapeva neppure maneggiare la pistola con la quale aprì il fuoco sul povero Marco. <Uno Stato che consente di uccidere un suo ragazzo senza che di fatto i suoi assassini vengano puniti non è uno Stato di diritto ma è uno Stato in cui la giustizia è ormai morta e le istituzioni non sono più un riferimento credibile per i cittadini>, ha detto il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci, parole amare che non possiamo non condividere con un senso di nausea! Ma in un Paese che ha lasciato impuniti e liberi gli assassini di Aldo Moro e che ha istruito sei processi inutili senza riuscire a raggiungere mai la verità la sentenza di oggi non sorprende!

Romano Tripodi

Beni confiscati, nell’elenco del Viminale c’è anche Sabaudia

Con la recente nomina del Prefetto Bruno Frattasi a Direttore dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, subirà una decisa accellerazione il progetto del Viminale che prevede che una parte di questi beni, soprattutto quelli per i quali ci sia stata una manifestazione d’interesse concreta da parte di Comuni, Province e Demanio, vengano definitivamente sottratti agli originali proprietari per essere assegnati agli stessi Comuni oppure a cooperative impegnate nel sociale. Stamane è stato lo stesso ministro dell’Interno Salvini a recarsi personalmente a Fidene, borgata romana sulla Salaria, per consegnare al Comune di Roma una villetta, dal valore di oltre 500mila euro, confiscata ad un personaggio riconosciuto socialmente pericoloso per essere stato denunciato per estorsione, usura, ricettazione e riciclaggio di proventi illeciti. Nella circostanza Salvini ha espresso la speranza che l’immobile possa essere assegnato ad una cooperativa che si occupa di ragazzi disabili ed ha indicato in Sabaudia, il prossimo obiettivo del programma. <Nel 2018 abbiamo restituito ai cittadini del Lazio 295 beni ed il mio prossimo obiettivo è Sabaudia, dove abbiamo confiscato parecchie villette>, ha detto il titolare del Viminale.

Nell’elenco ufficiale stilato dall’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e presentato in occasione della Conferenza di Servizi-Regione Lazio svoltasi il 29 novembre 2018 al Ministero dell’Interno, il numero totale dei beni, proposti per essere destinati agli aventi diritto (Demanio, Provincia, Comuni) relativamente alla Provinciadi Latina sono  158 per un valore di circa 21 milioni di euro. Di questi 158, cinquantuno (51), per un valore di circa 7 milioni di euro, si trovano sul territorio di Sabaudia. Quarantadue a Fondi, 32 a Latina, 11 ad Itri, 3 a Terracina ed appena 1 a San Felice Circeo.

Romano Tripodi

Moro, altro brandello di verità ma non è quello dei brigatisti

Aldo Moro fu assassinato a sangue freddo da un killer spietato che gli sparò tre colpi di pistola al cuore  mentre era seduto in posizione eretta sul sedile posteriore della R4 rossa in cui venne rinvenuto cadavere, rannicchiato nel portabagagli dell’utilitaria rossa, in cui venne stipato a forza. A rivelarlo è oggi, a distanza di oltre 40 anni l’ex parlamentare democristiano, Beppe Fioroni, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Un ennesimo brandello di verità postuma che smentisce la ricostruzione dell’omicidio dello statista democristiano offerta agli inquirenti dai brigatisti rossi Moretti, Maccari e Braghetti, che si sono sempre dichiarati autori materiali dell’assassinio. <Moro-ha dichiarato Fioroni parlando al Centro studi americano di Roma- è morto dissanguato e la sua agonia è durata dai 15 ai 40 minuti. Ucciso a sangue freddo da un killer spietato, con un grado di crudeltà non indifferente”.

Le affermazioni di Fioroni confermano quanto andiamo sostenendo da tempi non sospetti, vale a dire che nella strage di via Fani e nel sequestro di Aldo Moro, le Brigate rosse, ebbero un ruolo decisamente subalterno, guidate da elementi che di quel sequestro furono i veri strateghi, forti di una preparazione militare che mancava a brigatisti come Morucci, Fiiore, Gallinari e Bonisioli, che aprirono il fuoco con mitragliatrici e pistole sbucando dalle siepi di vicino bar Olivetti, chiuso per lavori, non solo in quel tragico 16 marzo 1978 ma anche il giorno precedente, quello riservato dai terroristi, all’ultimo sopralluogo. Sopralluogo che quasi certamente impegnò anche Antonio Nirta, il boss della ndrangheta, che nella strage ebbe un ruolo determinante, ruolo stranamente sottovalutato e sottacciuto dagli inquirenti,e di fatto confermato, 26 anni dopo, in un’intervista da Alberto Franceschini, il fondatore delle Br. “Un’operazione di grande portata come quella non la fai se non hai qualcuno alle spalle che ti protegge. Ai miei tempi, noi militarmente, ERAVAMO IMPREPARATI. Io conosco quelli che hanno portato a termine l’operazione: gli unici ad avere un minimo addestramento potevano essere Moretti e Morucci. Ma secondo me c’era una situazione generale di protezione, un contesto di cui erano consapevoli uno o due dell’intero commando”, spiegò Franceschini che aggiunse: “nel sequestro Moro furono utilizzate tecniche che non avevano nulla a che fare col nostro tipo di azione”. Ed ecco spiegata,ad esempio, la presenza alle 9 del mattino, di quel 16 marzo 1978, del colonnello del Sismi Guglielmi, che invitato a spiegare il perchè della suddetta presenza, spiegò di trovarsi lì perchè invitato a pranzo da un amico che abitava in zona. Alle 9 del mattino, ora del cappuccino!

Romano Tripodi

Qualità della vita, mentre Roma sprofonda c’è ancora chi applaude la Raggi

Ignoro quale debito di riconoscenza, quale legame affettivo o clientelare avessero con Virginia Raggi quelle centinaia di romani che l’altra sera si sono dati appuntamento in piazza del Campidoglio per festeggiare la sindaca, appena prosciolta da ogni accusa nella vicenda Marra. In realtà ho avuto la impressione e la sensazione netta che quelle persone di cittadini romani non avessero più nulla, meglio definirli, con una parola che nel terzo millennio e dopo tante battaglie civili liberali e libertarie, dovrebbe essere desueta, SUDDITI! In altre parole individui pronti a negare la realtà ed a riconoscere alla Raggi meriti che in due anni e mezzo di legislatura, non ha mai avuto, a meno che, come afferma il suo leader Luigi Di Maio, la “povera” Virginia non sia stata vittima incolpevole delle quotidiane denigrazioni di una stampa di regime e di giornalisti e cronisti sul campo, equiparati a pennivendoli da strapazzo o puttane al soldo di editori senza scrupoli, pronti a negare le tante conquiste sociali ed i progressi compiuti dalla Capitale in questi trenta mesi di amministrazione pentastellata! Ma a riportarci all’amara realtà ed a rendere addirittura fantozziano (ricordando il “quant’è buono lei” di Villaggio ndr) il raduno dei proseliti, in piazza del Campidoglio, sono ancora una volta dati e numeri, non certo smentibili, riportati nell’annuale graduatoria sulla Qualità della Vita, stilata da Italia Oggi e dall’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. E per la sindaca pentastellata, che è rimasta ilare e sorridente al suo posto, gratificata da interviste in ginocchio, quei dati e quei numeri sono impietosi e costituiscono l’ennesima condanna, senza appello, del suo operato. Nella citata classifica Roma è sprofondata all’85mo e nell’arco di dodici mesi ha perduto, rispetto al 2017, ben ventidue posizioni. Un flop che naturalmente non chiama in causa soltanto la sindaca ma di cui, quando si parla di servizi, di ambiente, di disagio sociale, di tempo libero, del sistema salute e di tenore di vita, ella è grandemente responsabile nonostante gli applausi, veramente stonati, dei suoi sudditi. Povera Roma!

Romano Tripodi

Eravamo l’Italia di Luigi Einaudi e Padoa Schioppa, siamo diventati l’Italia di Rocco Casalino

Che sconforto vedere il nostro ministro dell’Economia e Finanze Tria fare, a giorni e settimane alterne, il suo ingresso nella sede del Consiglio europeo a Bruxelles con la sua borsa nera datata, gonfia di documenti,  per ascoltare le ramanzine ed i rimbrotti dei vari Moscovici e Junker,, impegnati a convincerlo della necessità, inderogabile, di rivedere in tutto o in parte la manovra di bilancio varata dal governo gialloverde tagliando quel deficit fissato al 2,4 per cento che secondo i nostri “partner” europei, nessuno escluso, sarebbe foriero di altri disastri economici. Peraltro anticipati in queste ore dall’onnipresente e bacchettante Moscovici che in conferenza stampa profetizza per l’Italia un’ulteriore voragine nei nostri conti pubblici, premessa a quella procedura d’infrazione che l’Europa unita si accingerebbe ad attivare qualora il governo Conte-Di Maio-Salvini dovesse perseverare nella sua scelta di fondo ed in quella logica che vuole che il rilancio dell’economia del Bel Paese sia indissolubilmente legato ad un aumento del deficit, che noi, come ci ha spiegato il Giovernatore della Bce, Mario Draghi, dovremmo invece pensare seriamente a ridurre! Chi è vissuto nel culto dei bilanci sani, si chiede come sia stato possibile che un Paese che ha avuto come Ministri delle Finanze e dell’Economia personalità come Luigi Einaudi e Tommaso Padoa Schioppa, senza scomodare, andando a ritroso nel tempo, figure come Quintino Sella o Saverio Nitti, possa essere sceso così in basso, fanalino di coda di quella Europa, di cui, con Alcide De Gasperi, siamo stati tra i Padri Fondatori. Ma l’interrogativo suona retorico se vediamo quanto spazio i mass-media  continuano a dedicare a quel Rocco Casalino, nominato a furor di Cinquestelle, inamovibile portavoce di un presidente del Consiglio, che stretto nella morsa Di Maio-Salvini, avrà sempre più difficoltà a far valere le nostre ragioni in un consesso internazionale che dà l’impressione di non dare più credito al nostro Paese.

Romano Tripodi

Il Coni rischia di perdere gran parte dei fondi e della sua autonomia

Se quanto previsto nella bozza della legge di Bilancio dovesse essere definitivamente approvato dal Governo il Coni, l’Ente che dal giorno della sua istituzione, sovrintende alla organizzazione delle attività sportive sul territorio nazionale, con compiti sovrani di coordinamento, potrebbe subire un profondo e drammatico ridimensionamento che finirebbe per minarne l’autonomia economica ed il potere politico. Oggi il Coni riceve dallo Stato Italiano la cifra record di 410 milioni ed 887.898mila euro, pari a circa 850 miliardi di vecchie lire. Parte di questa somma, per complessivi 122 milioni di euro, finisce nelle casse della Coni Servizi, che è una società di proprietà al 100 per cento del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che svolge attività strumentali per l’attuazione dei compiti che sono propri del Coni. Il fatto che sia la stessa Giunta del Coni a nominare i componenti il Consiglio di amministrazione della Coni Servizi, oggi presieduta dal presidente della Federgolf, Chimenti ci dice quanto stretti siano i legami tra le due Istituzioni sportive. Ebbene il progetto di legge elaborato dal Governo Lega-5 stelle prevede che gran parte dei 410milioni di euro erogati oggi al Coni, debbano essere gestiti dallo stesso Governo attraverso una società pubblica, denominata Sport e Salute Spa. Al Coni andrebbero soltanto 40 milioni di euro mentre scomparirebbe per sempre la Coni Servizi. Se la bozza del disegno di legge dovesse essere approvata nella originale stesura significherebbe di fatto il commissariamento del Coni che perderebbe non solo la sua autonomia finanziaria ma soprattutto la sua indipendenza politica, mettendo in forse la stessa indipendenza dello sport dalla politica, requisito base per il Comitato Olimpico Internazionale che assegna le Olimpiadi.

Romano Tripodi