“Il sangue dei vinti”, pagine in bianco che solo Gianpaolo Pansa avrebbe potuto riempire – Della barbara esecuzione di Tullio Tripodi da parte di una banda di partigiani che credeva compagni d’armi nella Resistenza, c’è oggi, agli atti, soltanto uno stringato e freddo comunicato di poche righe rilasciato, a distanza di decenni, dall’Anpi di Modena. Ed leggerlo si ha la sensazione che le rappresaglie dei vincitori contro i vinti, furono ancora più efferate e gratuite ,nella loro ferocia, di quanto Gianpaolo Pansa non sia riuscito a raccontarci nel suo “Il sangue dei vinti”. Ma soprattutto cominciarono un anno prima di quel 25 settembre 1945 da cui partono le vicende narrate dal grande giornalista recentemente scomparso. lasciandoci un legato storico che nessun comunista o ex comunista, intellettuale radical chic della prima od ultima ora riuscirà mai a cancellare. Ma chi era Tullio Tripodi? Era lo zio che purtroppo non ho conosciuto. Uno dei sette splendidi figli, famosi per avvenenza fisica e cultura, in una Calabria contadina, della marchesa Pierina Ligato e del medico condotto Gaetano Tripodi. Per quei sette ragazzi mia nonna aveva venduto, anno dopo anni, tutti i suoi possedimenti, un’intera montagna cosparsa di ulivi secolari, a Santa Cristina d’Aspromonte. E con quel denaro aveva consentito loro di lasciare, conseguita la maturità, Oppido Mamertina, il paese d’origine, per iscriversi e frequentare l’università, a Messina. Scoppiata la guerra Tullio, Mario, Domenico, Antonino, Pasquale, Gaetano, Tano fecero quello cui erano stati educati, servire la Patria. Tullio, insieme a Mario, tenente pilota della nostra Aeronautica, pagò con la vita un sacrificio che allora non si riteneva inutile. Ma la fine di mio zio Tullio ci descrive una pagina crudele della nostra storia che anticipa di quasi un anno la feroce mattanza descritta da Pansa nel “Sangue dei vinti”le rappresaglie scatenate, per mera vendetta e senza mai chiedersi se quelle vittime fossero realmente colpevoli e di cosa, da chi della resistenza avrebbe fatto tornaconto personale e merce di scambio per onori istituzionali. Oggi, che a distanza di anni sono riuscito a recuperare quel freddo mattinale dell’Anpi di Modena, a leggerlo c’è soltanto da rabbrividire per il disgusto e l’assenza, in quelle righe, di qualsiasi moto di pentimento. E’ il 15 giugno 1944 a Montemolino, 15 militari usciti dalla polizia ausiliaria ed accreditati da un documento di riconoscimento rilasciato dal C.N.L., il Comitato di Liberazione Nazionale, decidono di andare in montagna per unirsi a gruppi di partigiani e combattere, a loro fianco, nazisti e repubblichini. Tra questi quindici uomini c’è anche Tullio Tripodi. Ma il gruppo viene bloccato da una brigata partigiana, probabilmente cani sciolti che imperversano nella zona contro la popolazione civile. Non riconoscono l’autenticità dei documenti rilasciati dal C.N.L. e dopo un processo farsa, fucilano sul posto i quindici elementi della polizia ausiliaria. Non mi risulta che in questi 76 anni vi sia stato un solo esponente della Resistenza che abbia chiesto perdono alle madri, alle mogli ed ai figli, in maggioranza neonati, di quei quindici giovani. Romano Tripodi

DDD

Nè Trump nè tantomeno l’Iran degli Hezbollah potranno trascinare gli Usa in un nuovo Vietnam

Il 30 aprile 1975 con la caduta di Saigon e la precipitosa, avvilente fuga dal Vietnam del Sud, dell’esercito americano si concludeva, con un’autentica disfatta per la potente ed apparente invincibile macchina da guerra statunitense la guerra del Vietnam. Ufficialmente iniziata nel 1965 aveva avuto il suo picco nel 1972, anno in cui gli Stati Uniti, si trovarono a schierare sul campo di battaglia mezzo milione di uomini, la meglio gioventù americana. Chi, come il sottoscritto ha seguito e scritto giorno per giorno, quale inviato dell’Associated Press, l’evolversi di quella guerra, ne ha potuto vivere e testimoniare la inarrestabile parabola. Il collasso di un esercito che nonostante l’armamento di cui disponeva, in molti casi dell’ultima generazione e mai testato prima di allora sui campi di battaglia, si trovbò a fronteggiare un nemico, spesso invisibile, che aveva fatto della guerriglia, la sua arma letale e che si avvalse, sia della silenziosa ma determinante, alleanza della popolazione che dell’apporto dei consiglieri militari russi e cinesi e delle armi, altrettanto micidiali, fornite da Pechino e Mosca.
Ma non meno tragico della conclusione di una guerra che secondo gli strateghi del Pentagono avrebbe dovuto essere relativamente breve e comunque vittoriosa nell’esito finale, fu il ritorno a casa, in una patria da cui si erano sentiti traditi, di quelle migliaia di reduci, i Pows (Prisoners of war ndr), la cui esistenza fu da quel momento stroncata e che per anni furono l’immagine dolente dei “senza futuro”. Un trauma profonda da cui l’America forse non si è mai più ripresa ma che è servita a far sì che in nessun altro scacchiere del mondo potesse ripetersi un altro Vietnam. Il Popolo Usa non lo avrebbe mai potuto accettare ed alle grandi industrie belliche, che la guerra del Vietnam avevano alimentato, non è rimasto da allora che accettare, obtorto collo, l’onda lunga della protesta popolare. Tutto questo per spiegare ai Lettori, soprattutto ai più giovani, la cui ignoranza in materia di politica estera è purtroppo abissale, perchè non ci sarà nè un Trump nè un regime assetato di vendetta, come quello iraniano degli Hezbollah, che potrà m ai trascinare gli Usa, in un altro Vietnam. Anche perchè in questi quaranta anni gli scenari di guerra sono profondamente mutati e con essi gli interessi dei belligeranti. Pensare che sullo scacchiere mediorientale, in quella vasta area che oggi include Libia, Siria estendendosi sino all’Iraq ed all’Iran, gli Stati uniti possano fare, come pensavano in Vietna, un semplice esercizio muscolare, senza valutarne tutti i rischi, è impensabile. Ed è altrettanto improbabile che Teheran, nel momento in cui, seppur tardivamente, le grandi diplomazie, con la colpevole assenza dell’Europa, cominciano a parlare di dialogo, possa pensare di scatenare una guerra globale enza averne nè i mezzi nè gli alleati.
Romano Tripodi

Papa Francesco strattonato, un inquietante buco nella sicurezza

L’episodio di cui è stato vittima e protagonista al tempo stesso Papa Francesco, strattonato da una donna ansiosa di abbracciarlo o stringergli la mano a San Pietro, ha suscitato commenti più perla reazione, umanamente comprensib ile del Papa, che si è peraltro ,limitato a dare all’esagitata di turno un paio di schiaffetti sulla mano, che per quello che il fatto in se stesso configura. Che una persona possa avvicinare il Papa, bloccarlo, impedendogli di muoversi, anche se per il tempo limitato, sta a denunciare un inquietante buco nell’apparato di sicurezza, in quegli uomini della rinnovata Gendarmeria Vaticana,che dovrebbero evitare, creando una sorta di cordone sanitario, qualsiasi contatto fisico pericoloso tra il Pontefice ed i fedeli. Ad osservare le immagini dell’episodio incriminato si ha la sensazione che il momento topico sia sfuggito all’attenzione delle guardie del corpo, rimaste qualche passo indietro rispetto a Papa Francesco, proiettato, come suo solito verso la folla. Non sta a noi fare raffronti con il recente passato siamo certi che con Domenico Giani l’ex Capo della Gendarmeria e responsabile in primis della Vita del Papa, un fatto simile non si sarebbe mai verificato. Una falla che acuirà nel Papa , che lo ha avuto per anni al suo fianco ed alle sue spalle, il rimpianto per averlo frettolosamente congedato e proprio per averlo voluto proteggere da quanti, in Curia, non hanno mai fatto mistero della loro profonda avversione nei confronti di Francesco.
Romano Tripodi

Sergio Mattarella, il discorso di fine d’anno non poteva essere diverso

Non poteva avere che questi toni, rifuggendo da qualsiasi esasperazione, il discorso di fine d’anno rivolto al Paese, all’Italia ed agli Italiani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un intervento pacato, quasi ecumenico, in cui il Capo dello Stato ha toccato tutte le nostre problematiche, nella maggior parte vere e proprie emergenze che si trascinano irrisolte da decenni a partire dal divario sempre più accentuato tra Nord e Sud, dall’incapacità di affrontare e trovare soluzioni al dissesto idrogeologico del Paese, alla questione climatica, che in realtà è ormai un’ emergenza mondiale. Ed a tale proposito ha sottolineato quanto a questa problematica siano oggi particolarmente sensibili i Giovani, quei Giovani ai quali, almeno sino ad oggi, politici ed istituzioni di lungo, medio e breve corso, nulla hanno dato.E quando si parla di Giovani, dei nostri figli che in realtà sono diventati adulti e dei nostri nipoti, ecco echeggiare, nelle parole di Sergio Mattarella, quella parola che noi e loro si sono sentiti ripetere come una sorta di mantra a partire dagli anni Novanta in poi, Speranza. E di Speranza hanno continuato i nostri ragazzi in questui ultimi 20-30 anni mentre la disoccupazione giovanile aumentava a vista d’occhio e la meritocrazia, che avrebbe dovuto costituire il criterio di scelta per offrire ai nostri figli e nipoti un lavoro, rimaneva soltanto tema di sterili dibattiti. Ma in un discorso aperto al futuro, in cui Sergio Mattarella ha cercato di aprire nei suoi connazionali il cuore alla speranza, andare a mettere il dito nella piaga avrebbe significato esasperare toni e concetti nel momento meno adatto. E nel rendere omaggio agli Uomini e Donne dello Stato, delle Forze dell’Ordine, ai Militari delle nostre missioni impegnate sullo scacchiere internazionale; ai nostri ricercatori e scienziati, ai nostri astronauti, oggi protagonisti delle conquiste spaziali, il Capo dello Stato non poteva affrontare e parlare di quegli Uomini, che pur essendo dello Stato a questo non fanno decisamente onore. Delle collusioni e connivenze sempre più profonde tra mafia, ‘ndrangheta e politica. Alla corruzione che pervade ogni ganglio dell istituzioni, che danneggia e spesso condanna all’estinzione gli imprenditori onesti. Non poteva certo accennare neppure al parlamentare di Fratelli d’Italia che comprava i suoi voti dalla ‘ndrangheta nè del Prefetto di Cosenza pescata con una mazzetta di 700 euro nella borsetta, frutto di una sorta di tangente che aveva preteso da una coraggiosa imprenditrice di Cosenza che ha avuto l’ardire di denunciarla. E neppure un accenno a Roma, alle condizioni di degrado in cui un sindaco imbelle ha ridotto la capitale d’Italia; ad una città divenuta uno dei centri del narcotraffico internazionale in cui giovani senza cultura e senza speranza, cercano facili guadagni non esitando ad assassinare, proprio per soldi, un giovane coetaneo. A questa Italia, che pur esiste minacciosa, Mattarella non ha fatto nessun riferimento, neppure velato. E forse ha fatto bene. Per chi cerca di aprire il cuore alla speranza, di disegnare un futuro operoso e di pace, sarebbe stato un controsenso. Ma il silenzio di Mattarella non significa che Egli, come ha sempre fatto, ignori l’altra metà del cielo, pronto a battersi perchè qualcosa cambi!

Romano Tripodi

Domenico Giani, quella alta onoreficenza che non stempera, anzi accentua l’amarezza

Tre giorni fa, nel corso di una solenne cerimonia nel Palazzo del Governatorato, l’ex Comandante del Corpo della Gendarmeria, Domenico Giani, è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, la più alta onoreficenza riservata ai laici della Santa Sede. A consegnarla, a nome di Papa Francesco, è stato il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato Vaticano, alla presenza del Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor  Edgar Pena Parra e del nuovo Comandante della Gendarmeria, Gianluca Gauzzi Broccoletti. pCr

Scarpantibus ed il mio incontro con Carlo Rambaldi, il padre di E.T.

Nella grande retrospettiva che Roma dedica in questi giorni a Carlo Rambaldi, l’artista-artigiano più creativo della storia del Cinema, l’indimenticabile padre di E.T., tre volte premio Oscar per gli effetti speciali nel capolavoro di Steven Spielberg, nel King Kong di John Gullermin e nell’Alien di Ridley Scott, c’è un piccolo-grande assente. Si chiama Scarpantibus, l’uccellaccio dal becco adunco e dagli scarponi dalle dimensioni spropositate e dalla foggia antica, nato dalla mente di Giorgio Bracardi che ne fece uno dei suoi personaggi approdati, con indubbio successo, nelle trasmissioni di Renzo Arbore. Ma Scarpantibus sarebbe rimasto una creatura virtuale se Giorgio Bracardi ed il sottoscritto, che di Giorgio era allora amico e complice in chiave giornalistica, non avessero incontrato sulla loro strada, Carlo Rambaldi, l’unico in grado di trasformare un’idea in una sorta di creatura vivente. Proprio come sarebbe avvenuto alcuni anni dopo con E.T. e come era già avvenuto con il King Kong di Gullermin. Ad incontrarlo nel suo enorme laboratorio, una sorta di antro dei miracoli non fu difficile. Rambaldi, nonostante il successo era e sarebbe rimasto un uomo semplice e soprattutto pronto a dare sempre una mano a chi ne avesse avuto bisogno. E lui che avrebbe potuto congedarci con una frase di rito, così frequenti nel mondo dello spettacolo, accettò di “lavorare”, e perlopiù senza chiedere neppure un rimborso spese, per due perfetti sconosciuti. E fu così che, nell’arco di un paio di settimane, nacque Scarpantibus che prima ancora di approdare in televisione, portammo, per l’esordio pubblico, ad Ostia. A tenerlo a battesimo, nello stabilimento della Vecchia Pineta, una giovanissima Tarin Power, sorella della già famosa Romina, che avrebbe poi sposato, in quel di Cellino San Narco, AlBano Carrisi.

Romano Tripodi

Autismo, un futuro nell’arte

Accendere la comunicazione tra il mondo dell’autismo ed i bambini, sollecitandone la sensibilità, attraverso il godimento di immagini, colori, disegni, in altre parole tutto ciò che si pone come espressione artistica, incoraggiandoli a mettersi in contatto con gli altri attraverso la forza e l’impatto delle loro emozioni e non soltanto attraverso la parola. E’ questo il tema ed il percorso psicopedagogico, che può diventare una vera ed innovativa terapia, tracciato dalla senatrice Paola Binetti e dai suoi collaboratori in “Autismo-un futuro nell’arte, l’opera che in qualità di presidente del comitato scientifico dell’associazione culturale “Medicina e Frontiere”, l’Autrice presenterà alla stampa, agli addetti ai lavori ed al pubblico, il 14 ottobre 2019 presso l’Istituto Don Sturzo, a Roma.

Ne parleranno con Paola Binetti, in veste di altrettanti relatori, Magda Di Renzo, analista junghiana; Virginio Mollicone, fondatore di Ultrablu e l’artista Paola Grossi Gondi. A moderare Clara Iatosti, giornalista  e conduttrice di Tv2000.

La diagnosi dell’Autismo è da sempre associata ad una sindrome complessa ed eterogenea che crea profondo disagio non soltanto nel bambino che ne è affetto ma anche nel contesto familiare in cui è inserito con immediate ripercussione nell’ambiente in cui il bambino autistico vive, a cominciare dalla scuola. Ampie zone d’ombra che vanno ad alterare soprattutto i registri comunicativi e che proprio l’arte può contribuire in parte a diradare. Con le sue immagini, spiega Paola Binetti, può infatti provocare e sollecitare l’interlocutore ad entrare in scena, nei disegni, anche quando non è stato lui a disegnare. In altre parole può emozionarlo e coinvolgerlo direttamente nello scorrere quotidiano della vita.

L’arte fa cerniera tra chi disegna e chi guarda; ognuno pone in gioco la propria soggettività ed anche il più elementare dei giudizi. Mi piace o non mi piace, diventa fonte di accettazione o di rifiuto, di inclusione e di arricchimento. L’oggetto d’arte prodotto da uno e recepito dall’altro, crea una dualità densa densa di significato per entrambi; aiuta a ristabilire una nuova unità. Se io capisco ciò che disegni, ciò che crei, sono meno solo nel mio isolamento. Ci unisce infatti qualcosa che tu hai creato e che io contemplo.

Romano Tripodi