Domenico Giani, quella alta onoreficenza che non stempera, anzi accentua l’amarezza

Tre giorni fa, nel corso di una solenne cerimonia nel Palazzo del Governatorato, l’ex Comandante del Corpo della Gendarmeria, Domenico Giani, è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, la più alta onoreficenza riservata ai laici della Santa Sede. A consegnarla, a nome di Papa Francesco, è stato il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato Vaticano, alla presenza del Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor  Edgar Pena Parra e del nuovo Comandante della Gendarmeria, Gianluca Gauzzi Broccoletti. pCr

Scarpantibus ed il mio incontro con Carlo Rambaldi, il padre di E.T.

Nella grande retrospettiva che Roma dedica in questi giorni a Carlo Rambaldi, l’artista-artigiano più creativo della storia del Cinema, l’indimenticabile padre di E.T., tre volte premio Oscar per gli effetti speciali nel capolavoro di Steven Spielberg, nel King Kong di John Gullermin e nell’Alien di Ridley Scott, c’è un piccolo-grande assente. Si chiama Scarpantibus, l’uccellaccio dal becco adunco e dagli scarponi dalle dimensioni spropositate e dalla foggia antica, nato dalla mente di Giorgio Bracardi che ne fece uno dei suoi personaggi approdati, con indubbio successo, nelle trasmissioni di Renzo Arbore. Ma Scarpantibus sarebbe rimasto una creatura virtuale se Giorgio Bracardi ed il sottoscritto, che di Giorgio era allora amico e complice in chiave giornalistica, non avessero incontrato sulla loro strada, Carlo Rambaldi, l’unico in grado di trasformare un’idea in una sorta di creatura vivente. Proprio come sarebbe avvenuto alcuni anni dopo con E.T. e come era già avvenuto con il King Kong di Gullermin. Ad incontrarlo nel suo enorme laboratorio, una sorta di antro dei miracoli non fu difficile. Rambaldi, nonostante il successo era e sarebbe rimasto un uomo semplice e soprattutto pronto a dare sempre una mano a chi ne avesse avuto bisogno. E lui che avrebbe potuto congedarci con una frase di rito, così frequenti nel mondo dello spettacolo, accettò di “lavorare”, e perlopiù senza chiedere neppure un rimborso spese, per due perfetti sconosciuti. E fu così che, nell’arco di un paio di settimane, nacque Scarpantibus che prima ancora di approdare in televisione, portammo, per l’esordio pubblico, ad Ostia. A tenerlo a battesimo, nello stabilimento della Vecchia Pineta, una giovanissima Tarin Power, sorella della già famosa Romina, che avrebbe poi sposato, in quel di Cellino San Narco, AlBano Carrisi.

Romano Tripodi

Autismo, un futuro nell’arte

Accendere la comunicazione tra il mondo dell’autismo ed i bambini, sollecitandone la sensibilità, attraverso il godimento di immagini, colori, disegni, in altre parole tutto ciò che si pone come espressione artistica, incoraggiandoli a mettersi in contatto con gli altri attraverso la forza e l’impatto delle loro emozioni e non soltanto attraverso la parola. E’ questo il tema ed il percorso psicopedagogico, che può diventare una vera ed innovativa terapia, tracciato dalla senatrice Paola Binetti e dai suoi collaboratori in “Autismo-un futuro nell’arte, l’opera che in qualità di presidente del comitato scientifico dell’associazione culturale “Medicina e Frontiere”, l’Autrice presenterà alla stampa, agli addetti ai lavori ed al pubblico, il 14 ottobre 2019 presso l’Istituto Don Sturzo, a Roma.

Ne parleranno con Paola Binetti, in veste di altrettanti relatori, Magda Di Renzo, analista junghiana; Virginio Mollicone, fondatore di Ultrablu e l’artista Paola Grossi Gondi. A moderare Clara Iatosti, giornalista  e conduttrice di Tv2000.

La diagnosi dell’Autismo è da sempre associata ad una sindrome complessa ed eterogenea che crea profondo disagio non soltanto nel bambino che ne è affetto ma anche nel contesto familiare in cui è inserito con immediate ripercussione nell’ambiente in cui il bambino autistico vive, a cominciare dalla scuola. Ampie zone d’ombra che vanno ad alterare soprattutto i registri comunicativi e che proprio l’arte può contribuire in parte a diradare. Con le sue immagini, spiega Paola Binetti, può infatti provocare e sollecitare l’interlocutore ad entrare in scena, nei disegni, anche quando non è stato lui a disegnare. In altre parole può emozionarlo e coinvolgerlo direttamente nello scorrere quotidiano della vita.

L’arte fa cerniera tra chi disegna e chi guarda; ognuno pone in gioco la propria soggettività ed anche il più elementare dei giudizi. Mi piace o non mi piace, diventa fonte di accettazione o di rifiuto, di inclusione e di arricchimento. L’oggetto d’arte prodotto da uno e recepito dall’altro, crea una dualità densa densa di significato per entrambi; aiuta a ristabilire una nuova unità. Se io capisco ciò che disegni, ciò che crei, sono meno solo nel mio isolamento. Ci unisce infatti qualcosa che tu hai creato e che io contemplo.

Romano Tripodi

Un giovane Aldo Moro, don Luigi Benedetti e le sante messe seguite nella chiesa- oratorio di San Filippo Neri

A Roma, in via Sforza, alle spalle di Santa Maria Maggiore, tra via Baccarini e via Paolina, sorge la Chiesa-Oratorio di San Filippo Neri. E’ a poca distanza dal Monastero delle Oblate dedicato proprio a San Filippo Neri ed oggi sede dell’Ufficio Roma 1 dell’Agenzia delle Dogane. E’ in questa piccola chiesa-oratorio, affidata alle cure di don Luigi Benedetti, che ne aveva fatto un accogliente centro di aggregazione per tanti ragazzi della vicina scuola Media Manin, in via Farini e del più blasonato Umberto I, il liceo Classico poi ribattezzato Pilo Albertelli,  che era solito venire a messa ogni domenica, Aldo Moro. Lo vedevamo percorrere da solo, a piedi, naturalmente senza scorte via Paolina. Aveva una quarantina d’anni ma ne dimostrava decisamente di meno. Da lì a qualche anno, esattamente nel 1959, sarebbe  stato eletto segretario della Dc. E risale a quel periodo la mia prima e fugace conoscenza dello statista, lo scambio di una cortese saluto a distanza al termine della santa messa che seguiva con noi nella piccola navata centrale della Chiesa di San Felippo Neri dopo essersi confessato. In realtà l’unico con cui l’illustre ospite amava trattenersi era don Luigi Benedetti cui lo legava, questa era la nostra impressione, una bella amicizia.

Nella mia intensa vita professionale avrei incontrato Aldo Moro altre volte e sempre per semplici casualità. Non occupandomi come picture editor prima e newsman dell’Associated Press di servizi parlamentari e di politica italiana in genere, ma curando soprattutto i servizi esteri, non ero solito frequentare nè le sedi dei partiti nè i loro esponenti, salvo rare eccezioni. Ma la vita è strana. A distanza di tanti anni dalle Messe a San Filippo Neri, avrei rivisto il segretario della Dc sulla spiaggia di Terracina che era solito percorrere di buon mattino vestito, seguito dalle sue guardie del corpo in costume da bagno, o nei pressi dell’Agenzia Italia che aveva sede in via Nomentana, a poche centinaia di metri, dalla clinica dove era solito sottoporsi a periodici controlli medici, soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

La mattina del 16 marzo 1978, giunsi a via Fani, quindici minuti dopo la strage ed il suo sequestro. Ne ho spesso scritto e raccontato con la certezza e consapevolezza che Nessuno, nè nei momenti topici dell’agguato nè dopo, avrebbe fatto nulla per salvarlo. e che il suo sangue, come l’uomo che andava a messa nella chiesetta di San Filippo Neri, avrebbe scritto, si “sarebbe versato” su quanti quella morte avevano voluto.

Romano Tripodi

 

Matteo Renzi, ovvero il ricatto: tenere sulla graticola Conte per costringerlo al Proporzionale

Fra i tanti opinionisti che frequentano, per vanità ed esibizionismo, ma anche per decennale abitudine, il “Porta a  Porta”, con confessionale incorporato di Bruno Vespa o il più frizzante e logorroico MaratonaMentana, c’è chi vede nella decisione di Matteo Renzi di lasciare il Pd, dopo averne favorito l’alleanza di governo con i Cinquestelle,  l’intento di rinverdire non soltanto il “suo cerchio magico” di Aretina memoria ma di ampliarlo a nuovi adepti sino a farlo diventare il nuovo centro destra aperto a quei moderati che alle prossime elezioni politiche potrebbero fare la differenza. Una valutazione che urta contro la realtà e che lo stesso Renzi, pur non smentendola, sa benissimo che nè oggi nè domani sarà realizzabile. Per rimanere tra i protagonisti della politica italiana e continuare a sedere in Parlamento con almeno una parte degli ex compagni del Pd che lo hanno seguito nell’avventura, Renzi ha soltanto una carta da giocare: “tenere costantemente sulla graticola” Conte grazie alle pressioni esercitate con quei ministri e sottosegretari che è riuscito ad infilare nel governo giallorosso, per costringerlo a pronunciarsi, quando sarà il momento di votare la nuova legge elettorale, per il Sistema Proporzionale. In altre parole l’arma dell’ex premier sarà sostanzialmente il Ricatto.

Renzi sa benissimo che con il sistema Maggioritario il suo nuovo partito non andrebbe infatti da nessuna parte. Nel Maggioritario il voto si esprime infatti in collegi (uninominali) ed il vincitore, come ha lucidamente spiegato quel grande politologo che resta Giovanni Sartori, è chi taglia per primo il traguardo, ossia chi prende il maggior numero di voti. Un sistema che garantisce la governance e che soprattutto scongiura la frammentazione dei partiti privilegiando il rapporto tra quel candidato ed il territorio perchè è il singolo elettore che sceglie, spesso tra i due candidati destinati al ballottaggio a meno che il primo classificato non prenda, al primo turno, il 50 per cento più uno delle preferenze.

Nel Proporzionale, dove spesso difetta la qualità dei politici, ad indicare i candidati, sono i partiti. E se un partito prende ad esempio il 30 per cento dei voti, prenderà anche il 30 per cento dei seggi. E’ evidente che Renzi e la sua formazione “Italia Viva” non potranno mai raggiungere una parcentuale del genere ma basterà loro arrivare alla soglia del 5 per cento per rimanere in Parlamento, contando magari in alleanze del momento. Un traguardo che con il Maggioritario, non potrebbero mai raggiungere rischiando la definitiva emarginazione parlamentare e l’agonia politica.

Romano Tripodi

Quando la ‘ndrangheta scoprì l’archeologiaed il valore dei reperti

El’autunno del 1987 quando approfitto di alcuni giorni di vacanza per andare ad Oppido Mamertino. E’ la cittadina in cui ho le mie radici e che da bambino, ogni estate, raggiungevo da Scilla per abbracciare mia nonna. La grande piazza Umberto su cui si affacciava il palazzo di famiglia, con lo studio del nonno paterno, il medico condotto Gaetano Tripodi; la maestosa Cattedrale, il Seminario, la sede dell’Arcidiocesi, la più importante della Calabria.

Ma da Oppido i giovani, i più validi alla ricerca di un lavoro e con una professione che consenta loro di c onfrontarsi con l’altra parte del mondo, sono emigrati. Una scelta condivisa anche da gran parte degli zii e dai loro figli. Scomparsi i nonni, chiuso il palazzo di famiglia, ad Oppido sono rimasti soltanto mio zio Pasquale, il Professore con la passione per il giornalismo e la scrittura, mia zia Letizia e mia cugina Wanda. Tutti gli altri vivono sparpagliati nel BelPaese: Bari, Roma, Milano, Como, Pavia, salvo rare eccezioni.

Ma in quell’autunno del 1987 ad Oppido c’è una novità inattesa per un paese cui le cronache ormai riservano titoli di giornale esclusivamente per le ripetute e sanguinose faide di ‘ndrangheta, per lo strapotere criminale dei Mammoliti, gli ex mezzadri diventati nel volgere di una decina d’anni i proprietari degli uliveti secolari sparsi tra Santa Cristina D’ Aspromonte, la Piana di Gioia Tauro e Rosarno. Ad Oppido, ecco la novità, è sceso da alcune settimane un archeologo italo-americano. Si chiama Paolo Visonà ed è specializzato nella interazione culturale tra le popolazioni greche ed indigene e nei sistemi di difesa territoriale nella Grecia, nella regione meridionale dell’Italia. Dopo essersi laureato in Lettere Antiche presso l’Università di Padova, il professor Visonà, è diventato Docente di Storia dell’Arte, presso la Berkeley University della California ed è in questa veste che ha deciso, insieme ad un gruppo di allievi, di condurre una campagna di scavi proprio ad Oppido, alla ricerca dei resti dell’Antica Mamertum.

Ma avvicinarlo non è facile. Il fondo su cui insistono gli scavi, in Contrada Mella, zona Castellace, è proprietà dei Mammoliti e la “famiglia” che ha deciso di dare la sua “protezione” all’archeologo, non accetta presenze di estranei. Gli storici, i galleristi, gli studiosi che vorrebbero avvicinarlo o quanto meno prendere una seppur fugace visione degli scavi vengono respinti. Lasciare Oppido senza visitare gli scavi di quella che si preannuncia come una delle più importanti scoperte archeologiche del Novecento, sarebbe per me la più profonda delle delusioni. Prolungo quindi nella speranza di una “eccezione” la mia permanenza ed è grazie a mia cugina Wanda, che insegna in una scuola media di Gioia Tauro e che gode della incondizionata stima della comunità locale per il suo impegno-allora sì raro- nel sociale, che Visonà, ottenuto l’indispensabile via libera dai boss, accetta di accompagnarmi nel fondo dei Mammoliti. E su questo terreno, delimitato e coperto, ecco apparire non soltanto le vestigia di una città scomparsa, con resti risalenti al IV, III e II secolo avanti Cristo, ma anche i segni della sanguinosa battaglia sostenuta, due secoli dopo, dai gladiatori di Spartaco contro i legionari romani di Crasso, Tra quei reperti i micidiali “proietti” simili a veri e propri bossoli, impiegati dai frombolieri di Spartaco contro i Romani.

Una scoperta eccezionale anche per la ‘ndrangheta che probabilmente allora ignorava

cosa fosse l’archeologia ma che ne ha subito individuato anche il valore commerciale!

Romano Tripodi

Presidente Mattarella, risparmi agli Italiani ed al Paese questa agonia…inadeguati in tutto anche nella fisiognomica

Pance straripanti esibite senza un minimo di pudicizia persino nelle sedi istituzionali e nei confronti-scontri con l’avversario ex alleato; altre rotondità messe in evidenza sulle spiagge italiche, a far capire che anche il leader politico è un essere normale con vizi e difetti fisici di cui pare non curarsi troppo! Si diceva un tempo, che sembra  preistoria, che un artista, un attore, ma anche un uomo di cultura ed un politico cresciuto ed alimentato nelle scuole di partito, dovesse avere, per rendere la sua immagine credibile, anche il cosiddetto “Physic du role”; fosse in altre parole “adeguato” alla scelta di lavoro e di vita che si era scelto e nella quale credeva. Ma tutto ciò, come ha drammaticamente messo in luce (ma la parola “luce”, è un mero eufemismo ndr) la crisi che sta divorando il nostro Paese sta dimostrando il vuoto mentale di chi, nessuno escluso, dovrebbe aiutarci ad uscire dalle secche della recessione, restituendoci una parvenza di autorevolezza in Europa con  scelte mirate, in primo luogo, a rimettere tempestivamente in moto il mondo del lavoro, investimenti reali che siano in grado di contrastare la disoccupazione, quella giovanile in primo luogo; ricostruire i paesi terremotati lasciati, a distanza di tre anni abbandonati a sè stessi; lottare contro la corruzione ed arginare la voragine provocata nei conti pubblici da quel cancro, questo sì infetto, che si chiama evasione fiscale.

Programmi virtuali che si sono arenati per l’incapacità politica, lo spasmodico desiderio di primeggiare e conquistare le piazze di Matteo Salvini, piazze e raduni beceri chiamati a sostituire quel Viminale che era stato chiamato a dirigere ma al quale ha preferito le spiagge assolate della Riviera romagnola e quelle, decisamente meno ospitali, di Puglia e Sicilia. Ma è stata proprio l’aver dimenticato quale fosse il suo ruolo istituzionale che ha indotto il leader della Lega ad alzare l’assicella della sua prosopopea; ad essere fermamente convinto di mettere all’angolo l’alleato pentastellato Luigi Di Maio con l’obiettivo di andare ad occupare,  in solitario, quella Presidenza del Consiglio, di fatto già gestita in traballante coabitazione con il Gigino di Pomigliano D’Arco e con l’avvocato Giuseppe Conte.

Ma se Salvini ha peccato di superbia e precipitazione, non valutando appieno i numeri di cui lui e la Lega disponevano in Parlamento e soprattutto l’isolamento in cui, nonostante il successo pieno alle recenti elezioni europee, la compagine populista e sovranista si troverà a vivere a Bruxelles e Strasburgo, ancora più grave è l’insipienza politica di cui sta dando prova Luigi Di Maio. Timoroso di perdere il ruolo di leader che Grillo gli aveva cucito addosso ma soprattutto quelle “poltrone” alle quali sia lui che gli altri pentastellati continuano a dire, come una sorta di mantra, di non ESSERE MINIMAMENTE INTERESSATI, mirando unicamente al bene degli Italiani e dell’Italia, in queste ore rischia di fare sprofondare n el caos la crisi che il Presidente Mattarella, con la sapienza e la capacità istituzionale di cui ha sempre dato prova sperava, con il contributo forte di Giuseppe Conte, di risolvere in tempi relativamente brevi. Ma al Capo dello Stato, che si sarà in questi giorni ripetutamente chiesto chi avesse di fronte, a chi aveva riservato tempo ed impegno, noi chiediamo, per carità di Patria, di porre fine a questa AGONIA che il nostro Popolo, il Paese, gli Italiani NON  MERITANO! Si vada alle urne e le sorprese non mancheranno. Per gli INADEGUATI E GLI INCAPACI non ci sarà posto!!

Romano Tripodi